ARTESPORT

Cheerleader a New Delhi

In India col cricket e le bellissime e succinte cheerleader

L’INDIA È UN PAESE IN CUI LE EFFUSIONI IN PUBBLICO FRA INNAMORATI SONO VIETATE E LE DONNE HANNO REGOLE DI BUON COSTUME BEN DEFINITE, CHE SE NON RISPETTATE POSSONO ESPORLE ANCHE A MOLESTIE E INSULTI. EPPURE ESISTE UNA ZONA FRANCA DOVE TUTTO CIÒ VIENE SOSPESO DEL TUTTO: LE PARTITE DI CRICKET, ANIMATE DA BELLISSIME E SUCCINTE RAGAZZE PON-PON, COME RACCONTA A PLAYBOY FRANCO ARIAUDO, AUTORE DI UN INTERESSANTE PROGETTO ARTISTICO.

La figura della ragazza pon-pon,prodotto della cultura sportiva americana, ha sempre stuzzicato, inutile negarlo, l’immaginario erotico maschile. Un interessante progetto, “Pom Poms”, è dedicato proprio all’utilizzo mediatico del corpo femminile nell’intrattenimento sportivo di massa e mette in relazione il fenomeno indiano del cheerleading, di recente istituzione, con le origini americane della disciplina, così come le caratteristiche del cricket indiano con la storica pratica sportiva britannica.
Nell’opera di Franco Ariaudo, la figura iconica della cheerleader, prodotto della cultura sportiva americana, è sottoposta a un vero e proprio processo di “indianizzazione”. La serie di tavole, progettata dall’artista
e realizzata in collaborazione con maestranze di New Delhi, propone infatti una versione in lingua hindi delle copertine di testi americani sul cheerleading,
con ballerine indiane e uniformi realizzate ad hoc.
Sotto una superficie pacificata, che ricalca in modo quasi letterale le caratteristiche dell’originale, vibrano in realtà numerose contraddizioni. Non ultima, la dimensione sportiva e professionale della disciplina: in India la cheerleader difficilmente è un’atleta; si tratta il più delle volte di una modella o di una ex ballerina, reclutata da agenzie dedicate e incaricata di incitare i tifosi più che di sostenere la squadra in campo. Inoltre è raramente indiana, quanto piuttosto di origine europea, con pelle e capelli chiari. “Pom Poms” ha preso vita fra gli spalti del Feroz Shah Kotla Stadium di New Delhi, dove si svolgono incontri di cricket dell’Indian Premier League capaci di infiammare gli animi di grandi masse di spettatori, sollecitati dall’entusiasmo di cheerleader festanti, il cui corpo, esposto e ammiccante, è ammissibile sol- tanto nella dimensione sospesa di una partita.

PLAYBOY: Franco, grazie a Resò, programma internazionale di scambi per artisti con sede in Piemonte, nel 2013 hai trascorso sei settimane di studio e ricerca a New Delhi. Perché hai scelto, durante la residenza, di occuparti proprio di cricket e di cheerleading?
ARIAUDO: Al momento di formulare la proposta di lavoro per KHOJ, International Artists Association, mi sono imbattuto in una notizia di gossip su una cheerleader sudafricana della squadra di Mumbai, Gabriella Pasqualotto. Era da poco stata allontanata dalle scene del campionato di cricket indiano poiché “colpevole” di aver postato sul suo blog indiscrezioni su presunte avances ricevute dai giocatori della squadra locale durante un party post-match. Ero allora totalmente all’oscuro delle dinamiche del sistema sportivo indiano, ma incuriosito dalla recente introduzione delle ragazze pon-pon lungo i campi da gioco di cricket, in un Paese in cui la popolazione femminile indiana continua a vivere una condizione di discriminazione e inferiorità. Attraverso la superficie di indagine del mondo del cricket e del cheerleading, mi interessava studiare la natura e l’essenza del maschio urbano indiano, nella sua eterna e prolungata infanzia, in una sorta di nursery sulla quale vigilano madri, padri, sorelle, fidanzate e la società stessa.

PLAYBOY: A cosa è dovuto il tuo interesse, anche artistico, per lo sport?
ARIAUDO: Da alcuni anni la mia pratica artistica si è affiancata alla pratica sportiva, offrendo alla mia ricerca un comune terreno di confronto e riflessione. Come artista sono infatti affascinato dalle dinamiche dell’agonismo sportivo, campo nel quale si intersecano situazioni che influenzano e vengono influenzate dagli altri ambiti della vita, sia a livello collettivo che individuale. Come atleta ricerco, nella dimensione della gara podistica su lunghe distanze, una sorta di tregua mentale e il conforto di un codice dato, preciso, di facile comprensione. Due pratiche, artistica e atletica, che per me hanno in comune numerosi aspetti quali la disciplina, la perseveranza, il superamento dei propri limiti, e specifici strumenti di legittimazione dei risultati raggiunti.

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Rodriguez. Che bel paio di... sorelle!

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