CULTURA

Il Corno del Rinoceronte. Dei trasporti eccezionali

Il primo racconto di Daniele Daccò nella nuova rubrica di Playboy "Il Corno del Rinoceronte".

Lei è lì, nuda, senza niente addosso. Sottolineo senza niente addosso perché “nuda” significa semplicemente senza vestiti, ma ad esempio una maschera di plastica dell’Uomo Ragno non sarebbe considerato un vestito: cioè lei potrebbe essere nuda con una maschera da Uomo Ragno.
Ora, non so perché dovrebbe essere nuda nel mio letto con una maschera da super eroe, ma potrebbe essere, potrebbe essere conoscendo i miei gusti; ma non è questo il caso.
Di nuovo: lei è lì nuda, smascherata. Non che prima fosse un’altra o avesse un costume, insomma. La guardo, lei guarda me. Sono nudo anche io. Lei non ride ed è già una piccola conquista.
Lei lo sa, sa che il mio soprannome è il Rinoceronte, e ora ha capito perché. Sono grosso, ma non uno di quei grossi a pera, sono uno di quei grossi grossi, un boiler. Un boiler con la pancia. Un boiler con la pancia pieno di pongo. Ma poi perché dovrei incasinarmi a cercare un riferimento visivo, Rinoceronte va benissimo. Immaginatemi così voi che potete, lei non può immaginarmi, cioè può ma non servirebbe visto che le sono davanti.
È meravigliosa, compatta, talmente stupenda che i suoi seni hanno un negozio di souvenir. Stiamo per fare l’amore per la prima volta, a giudicare dal cero che ha appena acceso sembra che non sia mai stata con un peso massimo.
Supero l’altare votivo, aspetto che dica addio ai suoi cari e appena mette giù il telefono salgo sopra di lei.
Fa l’infermiera, la stringo, la sento ansimare, capisco appena in tempo che le sto schiacciando i polmoni. La libero, mi accoglie, i suoi fianchi sono tesi, eroicamente continuiamo a fare l’amore con me sopra. Come farebbe qualsiasi gentiluomo appena scorgo un principio di asfissia mi sollevo, punto le braccia sul materasso e faccio qualcosa che mai avrei creduto di poter fare: una flessione. Di colpo l’ossigeno le arriva di nuovo, la sua espressione smette di sembrare quella di Schwarzenegger proiettato sul suolo di Marte in Atto di Forza e la bacio.
Lei ricambia, forse per attingere, come un sub, un po’ d’aria anche dai miei polmoni, non lo so, non saprei, ma è lei l’infermiera e non sembra per niente preoccupata.
Mi rilasso, mi abbandono di nuovo sopra di lei, mi lascia ancora fare, la mia infermiera sembra una ragazza sbronza appena caduta da un toro meccanico che si agita ancora.
Però sembra anche voler fare un altro giro. Le chiedo se vuole venire sopra, lei usa tutte le vocali che conosce per farmi capire che le piace così.
La mia pancia è premuta contro la sua, ma anche contro il suo seno, un po’ sul letto e ogni tanto sento anche il calore del cero dell’altare votivo. Sono un po’ sparso. Lei non riesce nemmeno a cingermi con le gambe, può solo comprendere esattamente come si deve sentire un parcheggio per tir.
Faccio manovra, dallo specchietto vedo che c’è spazio, mi metto in ginocchio tra le sue gambe continuando a muovermi. L’infermiera appoggia i piedi al mio petto e ne sono felice, è ancora viva.
Le action figures sulla mensola proprio sulla sua testa (sì, sono uno di “quei tipi”, avete presente il rifermento all’Uomo Ragno di prima?) ondeggiano lievemente, per un momento desidero avere lo stesso loro numero di giunture. L’infermiera pare aver fatto abbastanza scorta d’aria, apre di nuovo le gambe e io mi sdraio sopra di lei per l’ultima volta. Lei intanto avrebbe già diritto alla patente C honoris causa. Sto per concludere, ma con calma. La cosa più veloce nella stanza è il “cartello trasporti eccezionali” che ondeggia appeso al suo alluce. Manca davvero poco, per un breve intensissimo istante lei intuisce perché fra Bluto e Olivia non potrebbe mai funzionare e concludiamo, felici. Lei mi sussurra un dolce e asfissiato “togliti ti prego”, ma poi rimaniamo abbracciati. La mia infermiera mi bacia, si addormenta.
La guardo, sono un po’ stanco, mi ripeto di dover perdere peso mentre passo la mano sulla mia pancia, ma poi vedo i suoi fianchi, il suo seno, il negozio di souvenir e mi accorgo di non esser mai stato tanto leggero.

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