CULTURA

Il mondo di Philippe Starck

Intervista a Philippe Starck, il designer, architetto e creativo francese che ha fatto della sua professione una missione etica.

Al mattino ci alziamo e ci facciamo una spremuta con un Juicy Salif – lo spremiagrumi zoomorfo della Alessi che ricorda un po’ gli extraterrestri dei film di fantascienza anni Sessanta – poi ci scaldiamo
le mani davanti alla linea essenziale della stufa compo- nibile Speetbox, fino a sederci su una poltrona “Madame” di Kartell per leggere il giornale, con degli occhiali Luxottica, naturalmente. Dopo potremmo preparare la nostra valigia Delsey per prendere un aereo, ascoltando un po’ di buona musica con delle cuffie Parrot Zik, e soggiornare in un hotel a Metz o a Miami oppure ancora sorseggiare un drink a Venezia o a Parigi. Ecco, in tutte queste occasioni, siamo in compagnia di Philippe Starck, il designer, architetto e creativo francese che ha fatto della sua professione una missione etica.

PLAYBOY: Parli spesso di “barbarie”. Cos’è secondo te la barbarie?
STARCK: La barbarie è per defi- nizione tutto ciò che è opposto alla civiltà. Se, al giorno d’oggi, consideriamo la civiltà come un’organizzazione comune possiamo in qualche modo ritenere, tacitamente, di provare a dar sicurezza e felicità a tutto il mondo, e possiamo così considerare, di riflesso, che la barbarie ne è il contrario. Si tratta di un’anarchia senza libertà – è un punto importante questo, perché l’anarchia può esserci anche senza libertà dove regna l’egoismo e dove vige la legge del più forte e non quella del più intelligente, come nella civiltà. Quindi la barbarie non ha strettamente alcun appeal, alcuna attrazione nella misura in cui, alla fin fine, la barbarie ci riporta alla nostra origine animale che abbiamo tentato di negare per centinaia di migliaia di anni, attraverso lo sforzo di miliardi di persone. La barbarie è la nega- zione dell’uomo.

PLAYBOY: L’ecologia, la durabilità, l’etica sono un tuo impegno costante…
STARCK: Non ci deve essere nessun punto interrogativo dopo la parola “ecologia”. Non è una scelta: è chiarissimo ormai, è un’urgenza. Mi pare sorprendente che la gente si possa ancora interrogare a questo proposito. Il solo problema dell’ecologia è il ritardo che abbiamo avuto nel corrispondere le sue esigenze,
a mettere in opera una concettualizzazione opportuna, a intraprendere azioni concrete. L’ecologia è un obbligo ineludibile, irreversibile dato che abbiamo intravisto, per la prima volta nella storia della nostra società, scenari estremamente plausibili che presentano a breve l’estinzione del genere umano e io credo che ci vorranno circa sei generazioni perché questo accada. Quando vediamo questi scenari che si sovrappongono, non ci sono questioni che tengano. La durabilità va di pari passo con l’ecologia: noi ci siamo fortunatamente liberati da un’idea idiota venuta dall’America nel Dopoguerra, basata sul consumismo estremo ai fini di rispondere all’avidità delle industrie e dei mercati finanziari che potremmo chiamare “La società dei Kleenex”, vale a dire dove tutto è semplicemente inconsumabile. Siano venuti fuori felicemente da tutto questo e sempre felicemente le parole “durabilità”, “longevità” ed “eredità” sono diventate di nuovo parole d’avanguardia. L’etica, infine, è la legge che ha costruito se stessa in rapporto alla comunità. Ancora una volta non mi posso porre la questione di vivere senza un’etica. Tutti possono costruire la propria etica, non abbiamo bisogno di un’etica unica – che sarebbe molto pericolosa – ma ognuno deve costruire la propria etica e forse, l’unico dovere nella vita, è quello di restare fedeli alla propria etica. La mia etica, per esempio, è estremamente semplice e chiara, la seguo sin da giovanissimo e si tratta di servire la mia comunità in tutti i modi possibili. È questo l’unico motivo per cui meritiamo di esistere, quello di servire gli altri, appunto. Ahimè, io faccio solo dei disegni: non è un modo molto importante, ma non è fondamentale tanto lo strumento che usiamo, quanto utilizzarlo secondo la propria etica.

 

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