CINEMA

Paul Rudd. Il successo dell’uomo formica

Intervista a Paul Rudd, supereroe e attore eccellente

Fino a pochi mesi fa Paul Rudd non era uno di quegli attori che si riconoscono al primo colpo. Era più uno di quelli del tipo “Hai presente quello simpatico, adesso non mi viene il nome…”.
Ci è voluta la Marvel per farlo diventare una star, nella minuscola tuta di Ant-Man, il supereroe che ha esordito la scorsa estate al cinema e che da poco è tornato sul grande schermo in Captain America: Civil War. Eppure Rudd è sulla breccia da vent’anni, uno che ha esordito con un cult come Clueless, al fianco di una giovanissima Alicia Silverstone, e che si è costruito un curriculum di assoluto rispetto. Gli strani e divertenti corto circuiti del cinema hanno fatto sì che
nel 1998 fosse L’oggetto del mio desiderio per Jennifer Aniston, per poi trovarsi nel 2002 sul set di Friends nei panni del fidanzato della svampita Phoebe. Due stagioni e un ruolo che lasciò il segno, e soprattutto che svelò i suoi tempi comici. E allora che commedia sia, praticamente senza soluzione di continuità negli ultimi dieci anni, soprattutto al servizio di Judd Apatow che lo volle protagonista del suo progetto più ambizioso, Questi sono i 40, racconto agrodolce di una generazione che è cresciuta quasi senza accorgersene. Attore raffinato e altrettanto valido sceneggiatore, a quarantasette anni però Rudd sembrava destinato a una vita da gregario, finché non è arrivata la grande occasione, in quello che è stato oltretutto il cinecomic più travagliato nella sua realizzazione, con un cambio in corsa in cabina di regia e il progetto che sembrava a un certo punto essersi arenato. Ma il Marvel Universe ha le sue regole e c’era decisamente bisogno di Scott Lang per poter aprire nuove strade narrative di una saga decisamente lontana dalla sua chiusura. E all’orizzonte già si prospetta il secondo film dell’uomo formica, Ant-Man and the Wasp. Nel mentre Paul si è anche tolto la soddisfazione di far parte dello straordinario cast vocale de Il Piccolo Principe. Abbiamo incontrato Paul Rudd a Londra per parlare con lui di tutte queste cose e anche per capire se – come sembra essere avvenuto nel suo caso – la vita inizia davve- ro a quarant’anni…

PLAYBOY: Ok, cominciamo così: 1995
RUDD: Clueless. Vent’anni fa.

PLAYBOY: Ne è passato di tempo. Un esordio di grande successo.
RUDD: In realtà fu il mio secondo film, ma uscì per primo, e davvero non avevo la più pallida idea di come sarebbe andata. Il giorno dopo l’uscita il produttore, Scott Rudin, mi chiamò, stava leggendo le recensioni sui quotidiani del mattino, e mi disse “Congratulazioni. Non ti ci abituare”.

PLAYBOY: Ma le cose non sono andate poi così male.
RUDD: Non saprei, ho avuto qualche altro successo come quello nel corso della mia carriera, soprattutto a livello critico, ma non credo che nessuna delle cose che ho fatto dopo Clueless abbia avuto lo stesso impatto su una generazione.

PLAYBOY: Non era una cosa semplice, dopo il decennio dei grandi teen movie di John Hughes.
RUDD: Devo confessarti una cosa. La prima volta che noi del cast uscimmo tutti insieme durante le riprese, per conoscerci meglio e parlare del film, ci siamo detti “Non sarebbe meraviglioso se questo diventasse un cult come un film di John Hughes?”. Non ci credevamo neanche noi. E invece…


PLAYBOY: I tempi sono cambiati, adesso ci sono i Marvel movie, della cui famiglia sei entrato a far parte anche tu.
RUDD: Non sono la stessa cosa. Insomma, quando ero al liceo se qualcuno non aveva visto The Breakfast Club l’unica spiegazione era che venisse da Marte. Ma a quel tempo era soprattutto una questione generazionale e sociale. The Avengers è uno dei film più visti di sempre, ma non so se i giovani oggi intavolano discussioni attorno ai film della Marvel. E sì, la ragione è proprio perché i tempi sono cambiati.

PLA YBOY: Alla fine si cresce, o peggio si diventa vecchi… Eppure si può essere un supereroe anche dopo i quarant’anni.
RUDD: Già, ma fa tutto parte del bagaglio che hai messo insieme e che ti porti dietro. Penso ai film che ho girato con Judd Apatow che sono quelli in cui mi sono messo maggiormente in gioco. Molto incinta, per esempio, l’ho girato subito dopo essere diventato padre, o Questi sono i 40, in cui la mia vita è parte integrante della storia e a cui ho contribuito anche in sede di sceneggiatura. Queste esperienze mi hanno portato alla fine a poter essere Ant-Man e a scrivere il mio personaggio in un certo modo.

PLAYBOY: La scrittura è importante per te?
RUDD: Non si può ingannare lo spettatore, soprattutto quando si tratta di una commedia. Ho fatto molti film in cui l’improvvisazione sul set era la cifra stilistica e in molti casi ho letto sceneggiature dove i personaggi erano tratteggiati per grandi linee e il sottinteso era “Tanto poi ci pensate voi a farli divertenti, giusto?”. No, sbagliato, devi far funzionare tutto prima sulla carta. Poi si può anche improvvisare.

PLAYBOY: Non c’è niente di più difficile del fare ridere il pubblico. Tu però sei anche un ottimo attore drammatico. Non ti sei mai sentito svilito dall’etichetta comica?
RUDD: Più che altro non ho mai capito da dove arrivi. La mia formazione è nel teatro classico e fino a Anchorman, nel 2004, non ho praticamente mai girato film comici. Oltretutto ho studiato con molti colleghi che si sono specializzati in quel campo e che sono molto più bravi di me. No, non sono un attore comico, amo il ritmo della commedia e il suo scopo finale, far divertire lo spettatore. Ma per quanto possa sem- brare assurdo, mi considero un attore drammatico.

PLAYBOY: Adesso sei anche un attore Marvel. Robert Downey Jr. ha ricostruito la sua carriera grazie a Iron Man, ma tu rischi di restare incatenato a un personaggio e al suo universo.
RUDD: Sinceramente non ci ho pensato. Mi sto godendo ogni minuto di quello che mi sta succedendo, ho lavorato sodo per Ant-Man come non avevo mai fatto in tutta la mia carriera e sono grato a chi mi ha scelto per avermi dato la possibilità di essere entrato a far parte di qualcosa di enorme. Non so se mi verranno questi dubbi nel corso degli anni, ma non importa, magari mi verrà una crisi esistenziale e deciderò di comprare una fattoria e ritirarmi.

PLAYBOY: Ti spaventa l’idea di abbandonare tutto per due anni e dedicarti a un unico progetto?
RUDD: No, se ne valesse la pena non mi spaventerebbe. So che lo sentirei come un obbligo, e non come un piacere, nella convinzione di essere l’unico in grado di raccontare quella storia. Oltre ciò, non sono mai stato bravo a dare una programmazione alla mia vita o alla mia carriera. Scelgo un ruolo perché mi piace, anche se è la sesta commedia consecutiva. Forse non sono molto bravo, al contrario di molti miei colleghi, ma non importa, a me va bene così.

PLAYBOY: E adesso ti rivedremo con il costume addosso, ma non sarai da solo. Com’è stato lavorare con gli Avengers in “Captain America: Civil War”?
RUDD:
Fantastico. Ho conosciuto Iron Man e Captain America! Scherzi a parte, c’è una sospensione incredibile dei sensi sul set, siamo noi per primi a credere che quello che facciamo sia vero.

PLAYBOY: Una cosa molto vera c’è: il tuo fisico, scultoreo.
RUDD: Non è stato facile, per un anno ho dovuto seguire un regime alimentare molto rigi- do, iperproteico, con una dose di carboidrati ridotta all’essenziale ed alcool eliminato completamente. A dirla tutta, ho fatto una vita miserabile per mostrare il fisico solo per pochi secondi, ma va bene. Anzi, sono contento che sia andata così, ho quarantasei anni, non voglio certo adesso diventare un attore che va in giro a torso nudo per mezzo film. E comunque, sono un supereroe, non ne ho bisogno.

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