MUSICA

Black Cat. Sugar Forever

Il re del blues italiano, Zucchero Sugar Fornaciari, torna alle origini col nuovo album Black Cat

Questa non è una classica intervista a Zucchero. Nel senso che, sì, si parlerà, e molto, di Black Cat, l’eccellente nuovo album dell’Adelmo Fornaciari in arte Zucchero o Sugar oltreconfine, uscito da pochi giorni, e del suo tour europeo già sold-out, che fra l’altro prevede dal 10 al 28 settembre dieci date all’Arena di Verona, ma parleremo anche di molto altro. Non vi proporremo il solito mega elenco di duetti e partecipazioni che da solo riempie un paio di pagine di Wikipedia. Perché lo sappiamo tutti che il Fornaciari da Roncocesi, classe 1955, di cose in giro per il mondo ne ha fatte tante e molti colleghi, forse solo un po’ pigri, le ricordano sempre per riempire facilmente le righe dei giornali coi nomi di Pavarotti, Sting, Bono, Clapton, Miles Davis e via dicendo. Andiamo invece più sul difficile, sul personale, sui sentimenti e, ovviamente, sulla musica. Perché, il re del blues italiano, il nostro artista forse più amato e rispettato nel mondo è tornato. Alla grande.

PLAYBOY: Tu sei un artista di prima grandezza in tutto il mondo, eppure continui quasi a scusarti per questo successo, rimanendo fin troppo modesto, dicendo che i veri “bluesman” sono sempre altri. Perché?

ZUCCHERO: Sei carino a dire questo e ti ringrazio, ma non vorrei neanche generalizzare. Io
forse non sono rock e non sono blues. Altri miei colleghi definiti “rock” non sono rock, perché non vivono e non fanno vero rock. Io non è che non voglia dare valore a quello che faccio, però il blues ha una struttura ben precisa, che è il giro di Mi maggiore ed è sempre quello. Rinnovare un blues e fare un blues nuovo non ha senso. Nel momento che cambi questi temi non è più blues. Il blues
è Robert Johnson, è Muddy Waters. Anche i Rolling Stones sono più blues e, infatti, si parla di British blues. Se mi definisci “italian blues” mi va benissimo e sono anche contento che mi si dica così. Gli “incisi” (ritornelli, ndr) che faccio io, perché sono italiano ed emiliano, non fanno parte del blues. Io sono molto rigido per questo.

PLAYBOY: Ho come l’impressione che da molti anni le grandi star della musica mondiale non ti facciano una cortesia a suonare e duettare con te, ma che sia il contrario, vedi Bono in questo disco…

ZUCCHERO: Ma hai visto quante parole ci sono in Street of Surrender? Io di solito me la cavo con al massimo tre tracce di voce, e c’è subito quella buona. Per questa canzone ho dovuto farne una decina. Anche il produttore mi diceva che per un inglese è impossibile. E stiamo parlando di Don Was, il produttore dei Rolling Stones e Bob Dylan. Mi sono veramente fatto un culo così!

PLAYBOY: D’altronde è una canzone importante, che parla degli attentati di Parigi, dei bambini emigranti, di emarginazione e bisogno di aiuto.

ZUCCHERO: È chiaro che l’attenzione fosse massima, così come la voglia di interpretare al meglio. Mandavo la traccia cantata a Bono e mi diceva “Qui devi essere più, come dire? Buttarla più lì. Stai pensando troppo”. Lui invece voleva che cantassi “alla Zucchero” e non più impostato. A un certo punto mi ha mandato una versione, che conservo gelosamente, fatta in duetto, in cui canta delle par- ti e mi dice come le intendeva. Ma faceva fatica anche lui…

PLAYBOY: Morale: il nuovo album è un altro passo in avanti, dopo tanti anni di carriera?

ZUCCHERO: Sicuramente. Io devo avere sempre un nuovo stimolo. Vedo tanti colleghi, anche non italiani, nomi storici e artisti enormi, che hanno perso il fuoco, e mi dispiace per loro, perché fanno dei dischi in cui si sente che hanno perso la curiosità, la voglia di inventarsi qualcosa di diverso, di essere imprevedibili.


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