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Weird Bloom

MUSICA

Intervista ai Weird Bloom

Abbiamo conosciuto Luca, il frontman di questo eclettico progetto dei Weird Bloom, che ci ha raccontato del successo estero e del loro punto di vista tutto “weird”.

Intervista ai Weird Bloom

I Weird Bloom sono una band che fa parte di una realtà ancora poco conosciuta in Italia. Nati a Roma, cuore pulsante dell'”IT-POP”, si distanziano fortemente da questo genere. Le loro ispirazioni sono altre e partono dai Beatles per arrivare ai Tame Impala, mischiando il tutto ad un sound psichedelico e un look assolutamente originale. Abbiamo conosciuto Luca, il frontman di questo eclettico progetto, che ci ha raccontato del successo estero e del loro punto di vista tutto “weird”.


Weird Bloom

Weird Bloom


Siete un po’ fuori dal tempo, o comunque molto distanti dalla musica che nasce oggi in Italia, soprattutto a Roma: da quale esigenza nascono i Weird Bloom?

Sicuramente dall’esigenza di non essere esattamente come sono tutti a Roma e come sono tutti in Italia. Dall’esigenza di comunicare qualcosa di originale e diverso, ma soprattutto farlo con un linguaggio nuovo che ci potesse soddisfare.

Nuovo sì, ma al contempo “vintage”, no!?

Sì, ma pur sempre nuovo perché lo ascolti oggi. Non capisco perché veniamo annoverati come musica vintage quando la musica contemporanea internazionale si muove sulla psichedelia, esattamente come facciamo noi, grazie ad artisti come i King Gizzard & Lizar Wizard, Tame Impala, Temples e Mac de Marco. Tutta la scena indipendente che conta è psichedelica, però in Italia ancora ci danno dei “vintage”. Questo solo per dirti che noi questa roba non la siamo andati a pescare dalle viscere dell’inferno, ma per primi ascoltiamo artisti totalmente attuali e da cui prendiamo ispirazione, senza andare troppo nel passato. Poi, chiaro che ci piacciono i Beatles, i Soul Machine, la scena di Canterbury e tutto ciò che è riferibile al 68/70 e al progressive a Londra, ma c’è anche un sacco di roba che ora suona così, per fortuna!

Quindi fuori dal tempo, ma neanche troppo!

Se per fuori dal tempo intendi trasversali, sono pienamente d’accordo! Guarda per me anche Hugh Hefner è un personaggio fuori dal tempo: elegantissimo, attuale, con un tocco vintage e sempre di classe.

Chi è il vostro pubblico?

A dire la verità sotto al palco troviamo dagli over 45 ai ragazzini che fanno sega a scuola. In generale è un pubblico trasversale, o per meglio dire, di curiosi.

Siete nati come Weird Black, che avete in seguito cambiato in Weird Bloom: come mai questa scelta?

Weird Black è un nome che ho inventato io un po’ a caso, notando che tutti intorno a me erano sempre vestiti di nero, seguendo un po’ questa tendenza berlinese “localara”, tremenda per i miei gusti. Tra me e me dicevo: “sono proprio dei weird!”. Da un nome totalmente nonsense, ho provato, per gioco, a costruirci un immaginario, anche perché non avrei mai pensato che il disco che avevo appena finito di registrare in casa, ci avrebbe portati in giro a suonare e ad essere un minimo conosciuti nel mondo indipendente. In seguito il nostro management negli Stati Uniti ci ha fatto notare che Weird Black poteva suonare un po’ “razzista” e, sia chiaro, io non lo sono minimamente, quindi, per non essere fraintesi, abbiamo preferito cambiare nome. Fortunatamente avendolo scelto così a caso non mi è pesato per nulla e ho semplicemente deciso si sostituire “Black” con “Bloom” per sottolineare una certa “fioritura” dell’essere “weird”.


Blisstonia - Weird Bloom

Blisstonia – Weird Bloom


Blisstonia è il vostro secondo album uscito a gennaio 2018, che nel sottotitolo definite “la storia meravigliosa della fuga da Hy Brazil” (vostro primo lavoro). I due dischi sono quindi legati, ma in cosa si differenziano maggiormente?

In tutto ciò che è il suono, le tematiche affrontate sono le stesse. Se cantassi i testi di Hy Brazil arrangiati come in Blisstonia suonerebbero uguali! Nel secondo album ho lavorato sugli arrangiamenti perché volevo creare una forma canzone più pop. Avevo inoltre voglia di suonare cose nuove, perché il primo disco è molto interiore, molto low-fi, e mi ero un po’ stancato, a dirla tutta.

Quindi qual è il tema principale di entrambi gli album?

Guarda non c’è un tema: se te lo dai, o sei molto bravo a svilupparlo, o è meglio che lasci perdere! È un album che parla di me quello sì, parla della mia personalità, delle mie paure, delle mie tristezze… non lo definisco autobiografico, ma si sente che sono io.

Invece Blisstonia esattamente, cos’è?

Eh a me piacciono sempre questi nomi che hanno più significati! “Hy Brazil” fa pensare al Brasile, ma in realtà è un’isola leggendaria che si diceva si trovasse di fronte all’Irlanda e di cui mi piaceva la dicotomia nella parola. Blisstonia, invece, è una sorta di terra promessa presa dai Simpson: in una puntata la comunità aderisce alla setta dei Movimentariani a cui viene promesso questo pianeta, appunto Blisstonia (in italiano Beatitonia), una terra promessa in realtà inesistente. Come per il nome della band, ho preso un nome usato in un altro ambito e l’ho trasferito nel mio, ed è un esperimento linguistico che mi piace un sacco e che denota quella micro follia che ci contraddistingue!

Avete cominciato il 2018 con un sapore tutto internazionale: prima l’ Eurosonic Nooderslag in Olanda, poi il SXSW negli Stai Uniti. Come sono state le due esperienze?

L’Eurosonic è stato una bomba ma purtroppo è stato cortissimo: siamo arrivati, abbiamo suonato e ce ne siamo andati. E’ stato figo, abbiamo avuto un ottimo riscontro dal pubblico e delle buonissime recensioni da completi sconosciuti, però non l’abbiamo vissuto quel tanto che basta per farne una descrizione. Sicuramente è organizzato molto bene e c’è stata una grande ospitalità, un festival così difficilmente lo si trova in Italia. Il South by Southwest invece è stato proprio una cosa pazzesca: abbiamo fatto quattro show ottenendo soddisfazioni incredibili, ci è persino venuto a sentire un giornalista di NPR (National Pubblic Radio di Boston) il quale ci ha indicati tra i concerti migliori dell’evento e ci ha passati in radio durante il suo programma, semplicemente perché gli è piaciuto l’album: ha sentito le canzoni, ci ha visti in concerto e grazie alla libertà di espressione ci ha trasmessi. E’ stata una vera soddisfazione!

Avete mai pensato di trasferirvi negli Stati Uniti, o da un’altra parte, per portare avanti il progetto?

Personalmente c’ho pensato mille volte, ma ora sto per diventare papà quindi per il momento sono qui. Inoltre questa cavolo di Italia, con la sua bellezza, ci frega sempre ed è importante ricordarsi che fuori da qui non è tutto oro quello che luccica!

A quando un tour in Italia?

Abbiamo delle date sparse, non so se è possibile chiamarle “tour”, il 17 maggio però siamo di nuovo fuori, a Brighton, dove suoneremo al The Great Escape Festival. In Italia non ci si fila nessuno, invece ai festival internazionali sì, e ci fanno pure i complimenti! La fuga dei cervelli è anche nella musica!!!

Quanto conta per voi l’autoironia?

È tutto! Specialmente quando vuoi dire qualcosa di importante. Qui ci differenziamo dagli anni 70 in cui tutti si prendevano molto sul serio (e si prendevano anche un sacco di LSD!).Il punto di partenza è estremamente diverso.

Il vostro obiettivo musicale?

Poter vivere di musica!

Qualche peccato musicale ve lo concedete?

Ti vorrei rispondere di sì, ma in realtà proprio no. Posso dirti quello che sto ascoltando ultimamente: Soft Machine, qualche nuovo gruppo che ho sentito al SXSW, Colombre, Auroro Borealo,e l’ultimo degli MGMT che è molto bello.

Giornata tipo com’è?

Beh lavoro, sono socio di un paio di locali a Roma, conduco una vita “normale” ma con il mio spirito sempre un po’ “weird”!

Quindi niente sesso libero come nel 68!?

Proprio no!

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