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YOMBE

Italiani al 100% ma con forti influenze internazionali, e non solo per quanto riguarda la musica: gli YOMBE prendono il nome da una statua africana, il sound ed il look dal nord Europa e la grinta dal Bel Paese.
Ecco cosa ci ha raccontato il duo napoletano con mire espansionistiche, attraverso le parole della cantante Cyen.

© Fabrizio Vatieri

YOMBE

Italiani al 100% ma con forti influenze internazionali, e non solo per quanto riguarda la musica: gli YOMBE prendono il nome da una statua africana, il sound ed il look dal nord Europa e la grinta dal Bel Paese.
Ecco cosa ci ha raccontato il duo napoletano con mire espansionistiche, attraverso le parole della cantante Cyen.


YOMBe © Fabrizio Vatieri


Ragazzi, siete giovani nella scena musicale italiana ma state avendo un riscontro molto forte dal pubblico: raccontatemi come nasce il progetto YOMBE.

YOMBE è un progetto che ha ormai ha 2 anni. Abbiamo iniziato nel 2016 così, per gioco, perché eravamo entrambi molto impegnati in attività differenti e il tempo per noi era diventato veramente troppo poco, così abbiamo deciso di buttare giù delle idee per condividere qualcosa in più e allo stesso tempo per stimolare la nostra creatività e per avere un confronto musicale.
E’ partito tutto così: da un semplice loop inviatomi da Alfredo e, nonostante non avessimo riposto troppe speranze nel progetto, sono arrivate subito proposte discografiche.

Voi siete di Napoli, avete vissuto a Milano, siete Tornati a Napoli e state cercando di nuovo casa a Milano, che alla fine ha vinto sulla vostra scelta: come mai?

Quando fai il musicista, dal punto di vista della routine, non conta molto dove sei però, allo stesso tempo, non è interamente vero. Milano, rispetto a Napoli, dal punto di vista artistico, musicale, performativo è molto più sul pezzo, anche solo per una questione morfologica/aziendale: la discografia, ad esempio è a Milano. Quindi la nostra decisione è caduta sulla capitale lombarda per un semplice fatto di comodità, nonostante amiamo moltissimo la nostra Napoli.

Un Liberato non sarebbe d’accordo!

Sempre che sia di Napoli, io ho i miei dubbi! Secondo me è addirittura in un altro continente: per sviluppare una certa visione di Napoli c’è bisogno di un’ idea esorcizzata della città e soprattutto di distacco, quel distacco che noto nelle sue canzoni. Però è un mio parere!

So che avete ambizioni internazionali: qual è la vostra prossima mossa in questo senso?

Abbiamo scelto l’inglese come lingua cantata proprio perché la reputiamo molto sintetica e soprattutto universale, ci piace sia per la musicalità che per la potenzialità che ha di arrivare a più persone possibili in questo mondo globalizzato. In questo senso ci stiamo muovendo in maniera lenta, sovrapponendo un tassello alla volta, come per l’esperienza alla Boiler Room Tv. Stiamo raccogliendo un po’ di feedback spontanei dai posti in cui questo tipo di musica si sviluppa maggiormente che sono andati oltre le nostre aspettative!
Ora cerchiamo di fare un percorso anche di live fuori dall’Italia, sapendo che il panorama internazionale è molto più competitivo e che la stampa lavorerà anche in base alla qualità al nostro lavoro!

GOOOD è uscito a fine Novembre, come mai la scelta di questo brano come titolo del disco?

Il motivo non è sicuramente l’ autocelebrazione, anzi, ironizza su quella sensazione di non sentirsi abbastanza bravi e vuole fare un po’ il verso a quello che è il mood agonistico dello sport: la vita dello sportivo è molto impegnativa perché è una continua gara, ma la gara più faticosa alla fine è sempre quella con noi stessi.
Il motivo ultimo per cui si cerca di migliorare è per stare bene e GOOOD è in un certo senso proprio questo.
Forse il brano manifesto del disco, e di questo concetto, è “Fighter” che racconta proprio questa continua lotta.
Le domande che ci poniamo sono: ”Buoni in cosa?”, “Sei bravo in qualcosa?”. Nel titolo dell’album c’è una sorta di punto interrogativo nascosto, e nell’interludio si sente proprio la domanda “What are you good at?” .

Il vostro nome viene dalla statua di una divinità africana: come mai questa scelta? E’ collegata con il vostro progetto?

Sì e no. Quando è cominciato il progetto YOMBE si è lavorato su varie sonorità, tra cui suoni acustici e tribali, e può sembrare che sia dovuto proprio a questa causa, ma in realtà sono varie le ragioni. Prima di tutto c’è la casualità: finiti i primi pezzi avevamo bisogno di fare un giro nei musei per trovare altra ispirazione e siamo capitati a questa mostra sull’arte africana; al di là del fatto che questa statua ci era piaciuta tantissimo, anche il nome era interessante sia per il significato (l’amore e la maternità e la nascita in generale), per la grafia e molto anche per il suono.


YOMBe © Favrizio Vatieri


Chi è il pubblico di YOMBE?

Ci stiamo rendendo conto che è un pubblico tendenzialmente non giovanissimo e ciò ci fa piacere perché è bello avere sotto al palco persone un po’ più mature e che partecipano ad un live per scelta e con piacere.
Probabilmente però un giorno la nostra musica potrà piacere anche ad un pubblico diverso, il nostro sound è sempre in evoluzione!

E la risposta dei live com’è stata?

Per adesso abbiamo fatto solo poche date, una sorta di mini tour di test! Non ci aspettavamo di ricevere la proposta da parte di Ghemon di aprire i suoi live, quindi ci siamo dovuti fermare! Le date che abbiamo fatto finora sono state però molto positive, ci siamo resi conto dei nostri limiti, di ciò che dobbiamo migliorare, abbiamo anche implementato l’aspetto visivo con il light show e messo a punto la scaletta. Insomma è quasi tutto pronto per il tour vero e proprio che comincerà in primavera.

Cantate in inglese e avete anche una direzione fortemente “brit”:pensate mai ad un futuro in italiano?

Non penso per quanto riguarda YOMBE, forse per altri progetti, ma vorremmo lasciare YOMBE incontaminato. L’italiano è una lingua che con questo genere, dal punto di vista metrico, secondo me non funziona molto bene, quindi per ora proprio no.

Nei vostri video e nei vostri live la danza è una componente molto forte: chi si occupa delle coreografie e come l’avete inserita nel progetto?

In realtà sono abbastanza spontanea, ed è un qualcosa in cui vorrei professionalizzarmi un po’, perché ancora non ci sono delle coreografie vere e proprie ma cerco di dare un’armonia da sola a quella che è la mia performance maggiore. Stiamo aspettando una crescita come band per poter lavorare con professionisti del settore per strutturare un super show! Come ho accennato prima, stiamo curando molto il lato visivo dello spettacolo anche con il light show, che mi aiuta ancora di più ad entrare nell’atmosfera giusta.

Come vivete la moda? E’ sempre stata una componente forte per voi?

Abbiamo sempre dato moltissimo rilievo a quello che è il modo di stare sul palco e quindi anche di vestirci. Siamo due persone che amano la moda, abbiamo entrambi una forte passione e stiamo cercando di costruire il nostro stile personale.
Per noi è un aspetto molto importante, fa parte della performance! Al giorno d’oggi è veramente impossibile trascurare, soprattutto in questo genere, quello che è l’aspetto estetico e poi ci piace l’idea che il pubblico possa godere di uno spettacolo curato in tutti gli aspetti, per noi è un ulteriore modo di dimostrare il nostro impegno e dedizione al progetto.

Siete una coppia sotto e sopra il palco: pro e contro.

I pro sono sicuramente che la comunicazione è super snella. A differenza di una band non ci sono elementi di distacco quindi se ci si deve dire qualcosa si è molto schietti, il che ci da la possibilità di lavorare molto spediti senza barriere. Il contro è che proprio questa confidenza a volte ti fa superare un po’ il limite. Difficilmente si riesce a mantenere un contegno e mostrare eccessivamente i propri sentimenti può appesantire o distrarre da quello che è l’obiettivo finale. Diciamo che per ora riusciamo a gestire il tutto, siamo abbastanza equilibrati e i momenti di condivisione sono stati molto più belli che brutti!

La sensualità in YOMBE in che modo viene espressa?

Questo è un aspetto su cui stiamo ancora lavorando e che dobbiamo migliorare perché siamo parecchio severi con noi stessi.
Nei video clip è stata restituita, forse in maniera un po’ timida, questa sensualità che cerchiamo di esprimere, ma sicuramente nel tempo questo aspetto verrà approfondito ancora meglio mettendo in rilievo quella che è la corporeità, aggiungendo così la ciliegina sulla torta YOMBE!

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