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Sexcapades. Perversioni estreme al profumo di soldi.

Sexcapades, le scorribande sessuali di Robbie, scopre che il gioco non deve per forza durare poco e i ruoli non sono sempre definiti.

Vivo il sesso in maniera libera e consapevole, amo giocare ma senza che le trasgressioni diventino l’unico canale di espressione. Il più delle volte ho vissuto esperienze insolite da sola senza un compagno
fisso. Non sono il tipo di donna che si affaccia a situazioni estreme per compiacere il proprio partner, io seguo il mio istinto e i miei desideri pur rimanendo un’amante molto generosa. A mio giudizio, la disinvoltura sessuale deve nascere dalla mente. Non esiste organo più sensuale della testa. Il sesso casereccio da locali di scambisti e privé non fa per me anche perché so, per esperienza diretta, che se si è predisposti alla trasgressione, non ci si deve affannare tanto a ricercarla: sarà lei a trovarti. Dopo lungo (e molto duro…) peregrinare, sospinta da una curiosità irrefrenabile di conoscere e sentire, luoghi nuovi, uomini diversi, incontri fugaci, senza una meta ma alimentati da una fame di vita intensa e impulsiva, approdare su di un uomo consapevole di sé, ironico e molto perverso sembra restituirmi i regali disseminati nel passato.

Ho sempre saputo che per scoprire orizzonti ancora più spinti avrei avuto bisogno di un compagno di giochi consapevole e navigato. La nuova meta sessuale mi si staglia davanti agli occhi passando per le cosce e ovviamente per la mente. Come avrà fatto costui a conquistare e placare la mia variegata palette sessuale? Semplice: mi ha proposto di giocare. Un gioco molto XXX. Mica la tombolata di Natale… Troppo spesso, infatti, dimentichiamo che il sesso è in primis un passatempo, che può essere condito con l’ingrediente principale dell’amore o semplicemente assaporato con le spezie della perversione. P. era stato un mio amante occasionale nel passato, di cui serbavo un ricordo dalle tinte forti. Ci siamo rincontrati anni dopo nel suo ristorante. Nonostante non ci vedessimo da diverso tempo, la memoria della nostra notte di passione è riaffiorata subito. Tra una comanda e l’altra, ci siamo stuzzicati a dovere, aspettando che la sala si svuotasse per rimanere di nuovo soli e nudi.

Così è stato qualche minuto dopo la mezzanotte, quando anche l’ultimo cliente se n’è andato, in un locale illuminato solo da candelabri. Mi ha fatto accomodare a un tavolo, ha stappato una pregiata bottiglia di vodka russa, si è seduto davanti a me e ci siamo messi a chiacchierare, curiosi di sapere cosa cavolo avessimo combinato negli ultimi anni. E tra tutti e due ne avevamo da raccontare. Mi eccitava guardarlo nella sua divisa da chef imbrattata di sapori e odori e osservargli le grosse mani in grado di creare piatti così succulenti. È bastato questo per scatenare in me un prepotente appetito. Che dire? Sono golosa di natura. Eppure lui tentennava, prolungando la conversazione e portandola esattamente dove voleva.

Amo gli uomini che sanno prendere l’iniziativa, non chi la prende senza cognizione di causa ma chi sa come muoversi dentro e fuori dal letto. La seduzione, infatti, scaturisce dalla comunicazione. Le scene da film porno possono essere vissute nella realtà solo basandole su una sceneggiatura ben più articolata di quella messa in scena a uso e consumo dei maschi.

Abbiamo gustato sulle labbra il potere inebriante dell’alcol, che ci ha invaso e stravolto, liberando ancor più la nostra comunione di lussuriosi sensi. I convenevoli hanno iniziato a esaurirsi, sostituiti da un incontenibile desiderio carnale. L’attesa è un potente afrodisiaco: chi ama il sesso, lo sa bene e la sfrutta per accrescere il piacere. È stato allora, in quel preciso momento di climax, che lui mi ha chiesto se volevo mettermi in gioco. “Datti un prezzo,” mi ha intimato. Ammetto di essere rimasta spiazzata: credetemi, non è una domanda alla quale sia facile rispondere. Qual è il vostro prezzo? Come monetizzare il proprio valore sessuale? Confesso di aver sempre nutrito la recondita fantasia di essere pagata: il fascino del meretricio, la prestazione pattuita, il profumo dei soldi. Una combinazione inebriante, una tentazione impossibile da resistere. Dunque, quale risposta dare? Ci ha pensato P., più esperto e non nuovo a questo gioco, a levarmi sapientemente dall’imbarazzo, posando una banconota da 100 euro sul tavolo e dicendomi: ‘Per un bacio sulle labbra’. La passione era già vibrante e la vista dei soldi ha fatto da catalizzatore erotico. Mi sono alzata, ho slacciato la camicetta, lasciando intravedere il reggiseno di pizzo e mi sono avvicinata, chinando prima il seno, quindi, la bocca, sul suo viso. Il bacio è stato ardente, profondo e appassionato, come da prestazione pattuita. Del resto, dovevo guadagnarmi i soldi sul tavolo, perché sarà stato pure un gioco, tuttavia le regole andavano rispettate fino in fondo. P. è rimasto soddisfatto della mia performance e la posta in gioco è aumentata, ma questa volta sono stata io a darmi un prezzo: 200 euro per sesso orale. I soldi di nuovo sono stati scambiati sul tavolo. Mi sono quindi inginocchiata e l’ho raggiunto camminando a quattro zampe nel salone deserto del ristorante. Gli ho slacciato i pantaloni, li ho abbassati e poi gli ho levato il resto. È rimasto seduto completamente nudo, a eccezione del cappello da chef, tocco che ho trovato molto spiritoso. La situazione era fluida e complice, tra adulti consapevoli e divertiti. Ho impegnato la mia gola, nel profondo, per meritarmi la mazzetta con- cordata. Quando ho sentito che stava per esplodere tutta la sua possente erezione nella mia bocca, P. mi ha scostato e mi ha chiesto d’invertire i ruoli. Per un attimo, ho temuto di doverlo pagare a mia volta, ma così non è stato, anzi è lui che mi ha ulteriormente pagato per baciarmi, toccarmi e leccarmi.

Il sogno di ogni prostituta: essere servita perbene, oltretutto guadagnandoci. O forse il sogno di ogni donna? Lo scambio non era finalizzato al suo, bensì al nostro, piacere. Mi ha chiesto di inginocchiarmi di nuovo per servirlo. I ruoli continuavano a ribaltarsi in una disinvolta inversione di pretese e desideri. Sul tavolo, nel frattempo, si erano accumulati 600 euro. Assolutamente sudati e guadagnati. È stato allora che P. mi ha fatto una proposta estrema, non indecente, ma di certo fuori dall’ordinario: “Vuoi arrivare a portarti a casa 1000 euro?”. Mumble mumble…

Considerato che per professione scrivo e sono freelance (vi lascio immaginare le montagne di denaro che entrano nelle mie misere casse e che poi invece passano dalle mie notorie manine gruvierate) e pensando a tutte le volte, assolutamente dimenticabili, che l’ho fatto gratis in un’incessante peneficienza, à la Bocca di Rosa, ho risolto che fosse la mia chance di riscatto e ho acconsentito a scatola chiusa. E di scatola si è trattato, quando P. ne ha estratta una da un sacchetto; ho sbirciato al suo interno e non potevo credere ai miei occhi. Dentro, infatti, c’era uno strap-on. Per chi fosse meno navigato, lo strap-on non è altro che un dildo/vibratore, con tanto di cintura, usato dalle donne, gay e non, per penetrare la compagna o il compagno. E qui i lettori, inorriditi, chiuderanno la rivista.

Tuttavia, concedetemi di terminare il racconto. Almeno la lettura non vi farà male; anzi, potrebbe invece svegliare piccanti deviazioni. Mi hanno sempre descritto come una donna con le palle: adesso mi era data l’occasione di aggiungere l’elemento mancante alla coppia. Ho dovuto armeggiare un po’ per sistemarlo in vita e sentirmi a mio agio, per quanto una donna possa sentirsi a suo agio con un fallo di plastica tra le gambe. Eppure c’era qualcosa di violentemente erotico nell’indossare quel costume per possedere un uomo. P. mi ha chiesto, e mi ha pure pagato profumatamente, per farlo. L’ho assecondato, sodomizzandolo. Mai trascurare il potere afrodisiaco della stimolazione della prostata. Ai più arditi, pongo la sfida. E per la donna, penetrare un uomo è un’esperienza estrema e molto soddisfacente.

Alle prime luci dell’alba, ebbra di sesso e deviazione, mi sono ricomposta, dopo averlo ampiamente soddisfatto, e da professionista quale sono stata in quella notte, ho afferrato la mia parcella con sorriso beffardo. Ma ero sprovvista di borsetta, indossavo solo un abitino sottoveste e l’unico scrigno dove riporre la pecunia erano le mie mutandine. Uscendo all’alba, stremata e deviata, guardando il sorgere del sole, scompigliata, sono scoppiata a ridere: i soldi erano sulla mia figa. Del resto, li aveva guadagnati lei.

Tornata, felicemente sola, a casa mi sono sdraiata nel letto e ho estratto le banconote dalle mutandine umide di sapori e le ho annusate. Il giorno dopo mi sono “fatta” un regalino. Il MacBook Air con il quale vi scrivo. N’è valsa la pena/penna/pene, cosa ne dite? E attenzione a non farmi incazzare perché so essere molto convincente e penetrante con le mie argomentazioni. Tra le cosce.

 

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