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INTERVISTE |
RENATO BRUNETTA
Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione, cioè un incarico delicato in un settore dove connivenze e furberie sono concrete. Lui, a colpi di Decreti, vorrebbe mettere ordine. Forse è una battaglia persa, sicuramente è una sfida impegnativa, ma non demorde. Anzi, parole sue, si diverte tantissimo
di Francesco Bardaro Grella foto di Marco D’Amico
Vuole riformare la Pubblica Amministrazione e aumentare la produttività degli statali. Con idee semplici, quasi scontate ma che in Italia provocano un putiferio. Tutto a costo zero. è la sua rivoluzione, quella di Renato Brunetta, ministro per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione. Ambizioso e testardo, è allo stesso tempo il più amato e il più contestato del Governo Berlusconi. Veneziano, classe 1950, professore di economia del lavoro, ha incontrato la politica quando al potere c’era Bettino Craxi e, in quegli stessi anni, gli sono arrivate anche le prime minacce firmate Brigate Rosse. Playboy l’ha incontrato tra ricordi d’infanzia e progetti politici, piccoli vizi e ricordi personali.
Playboy: Ministro sarà stata una bella soddisfazione: anche in Cina, tra gli eredi di Mao, si parla della sua riforma della Pubblica Amministrazione, tanto che una delegazione di funzionari del partito comunista cinese è volata a Roma per prendere appunti da lei. Come se le Guardie Rosse fossero andate a scuola al Pentagono. Renato Brunetta: «Ma non solo loro, arrivano un po’ tutti. In generale c’è molto interesse. Ora sto mandando il materiale di quello che ho fatto in Australia: anche loro vorrebbero riformare la Pubblica Amministrazione».
PB: Anche se le sue sono idee semplici, quasi banali, come Linea Amica. RB: «Sono uno scopritore di acqua calda, ma con una buona determinazione e una buona capacità di comunicazione. Poi realizzo quello che dico. Sono tignoso, determinato, duro e finché non vado fino in fondo, non mollo».
PB: Una delle sue ultime battaglie la sta conducendo contro gli abusi della Legge 104, quella che prevede di stare a casa per accudire un familiare malato. RB: «Mi sono messo in testa di moralizzare un abuso su una Legge, la 104, che prevede tre giorni al mese di congedo per coloro che abbiano dei parenti con gravi disabilità. Questa è una legge nobile e utile. Ma, come spesso succede nel nostro Paese, è stata usata per comportamenti opportunistici. Siccome questo è uno scandalo, ho deciso di monitorare e moralizzare l’uso di questa legge. Mi sono preso le più grandi offese della mia vita: “Vergogna! Vai contro i disabili e l’handicap!”, mi dicevano».
PB: Da tante offese è nata però l’idea di Linea Amica. RB: «In questa polemica che veniva fatta a sinistra, su La Repubblica viene pubblicata una lettera di una signora con un bambino affetto da grave handicap, la quale se la prende con me invitandomi a casa sua per toccare con mano come si vive con un figlio handicappato. Sono stato a casa sua per un pomeriggio intero e, parlando, è venuto fuori che il problema della signora non era tanto la 104, ma la necessità di un coordinamento dei servizi: dal parcheggio all’assistenza, dall’ospedale alle pratiche burocratiche. Da qui mi è venuto in mente che tutte queste informazioni potevano essere convogliate in un unico punto. Ed è nata Linea amica. Adesso è un patrimonio della nostra Pubblica Amministrazione».
PB: Senza tagliare però una lira di budget alla macchina dello Stato, che già costa parecchio... RB: «Voglio più servizi, non meno. Non voglio avere questi servizi con meno budget e meno persone, voglio che, con lo stesso budget e con le stesse persone, si aumenti la produttività del 50 per cento. E cioè più scuole, più università, più salute, più cultura».
PB: Sostiene che per essere vincenti in Italia il mercato del lavoro oggi deve essere flessibile. Perché? RB: «Con le nuove tecnologie, l’efficienza si ottiene tramite un mix di rigidità e flessibilità, di diritti e di doveri. Noi questo mix l’abbiamo ampliamente squilibrato. Prendiamo le pensioni: abbiamo il sistema pensionistico più costoso e generoso al mondo e il welfare per i giovani più micragnoso. In altre parole, i genitori si tengono tutti i diritti del mercato del lavoro e tutti i soldi del welfare e scaricano sui figli tutta la flessibilità. È una situazione che va profondamente cambiata. Ma i padri non solo sono quelli che votano ma sono anche quelli iscritti ai sindacati, che controllano le lobby politico-sindacali. Finché non si rompono queste connivenze, non c’è speranza».
PB: “I dipendenti fannulloni hanno la determinazione a non fare niente nel loro Dna. L’impiegato infimo accetta una vita indecorosa per poltrire”. È un’obiezione che le fa Paolo Villaggio, in arte il ragionier Ugo Fantozzi. Bisogna proprio cambiare la testa degli italiani? RB: «No. Io credo molto nell’educazione, nell’esempio, nella trasparenza, nel formarsi di onde di cambiamento. L’Italia è un Paese che al 70 per cento lavora come un matto, dove non ci sono fannulloni, che rischia tutti i giorni e rispetta le regole. Poi c’è una parte di furbetti, approfittatori e opportunisti. È la minoranza, per fortuna. Ma si crea il paradosso per cui il 70% della popolazione - che si fa un mazzo così - delega al 30% la produzione di servizi essenziali come la scuola, la sicurezza e la sanità, senza però che questa minoranza abbia le stesse regole. Ma se sei un artigiano e non lavori, fallisci; se sei un dipendente pubblico, no. E questo è un paradosso insopportabile».
PB: Ma i fannulloni non sembrano pochi. È tornato a crescere l’assenteismo appena ha ridotto le ore di reperibilità a casa nei giorni di malattia. RB: «Ho sbagliato, avrei dovuto essere più rigido, ma ho rimediato subito. C’è una molla di opportunismo che è sempre pronta a scattare e la cosa mi ha deluso molto. Ma io non mollo».
PB: Nel suo ultimo libro, Sud, sostiene che per risolvere i problemi del Mezzogiorno bisogna creare innanzitutto una rete di beni relazionali. Cosa sono? RB: «Faccio un esempio: all’epoca del boom economico del Giappone, si è capito che le ragioni dello sviluppo non stavano nel fatto che avesse tecnologie più avanzate o che lavorassero con orari sovraumani. La differenza tra le fabbriche europee e quelle nipponiche stava nel fatto che in quelle giapponesi i cessi erano puliti, in quelle europee no. In Giappone le mense erano perfette, da noi no. Tra gli operai giapponesi c’era spirito di appartenenza e orgoglio e da noi no. Hanno sommato tutto questo e gli hanno dato il nome di “beni di relazione”. Io ho allargato queste riflessioni alla società e per questo sostengo che è inutile buttare investimenti hard in tessuti che non li recepiscono. Nel Sud la chiave di volta è investire in beni relazionali nella scuola, nella Pubblica Amministrazione. Bisogna formare una massa critica per cui, quando ti arrivano i soldi per un’autostrada, quell’autostrada la costruisci veramente. Certo è facile a dirsi, ma difficile a farsi».
PB: Ma il tutto dovrebbe partire dal buon esempio dello Stato. RB: «È per questo sono qui».
PB: E da solo ce la fa? RB: «Sì, ovviamente insieme a 60 milioni di italiani».
PB: Insomma una rivoluzione delle sue. Che lei definisce sempre gioiosa e giocosa. RB: «Certo, anche con molta autoironia. Dico sempre: nel mio piccolo... sto facendo un mazzo così all’Italia dei fannulloni, e questo mi diverte moltissimo».
PB: Ancora non è riuscito a pubblicare i dati – recapito, stipendio eccetera – di magistrati e professori. RB: «Per i professori ci sto lavorando. Adesso con la riforma Alfano ci metterò anche i magistrati».
PB: Che già si sono ribellati. Sostengono che lei ce l’abbia con loro. RB: «Non è vero. Secondo me, il 90 per cento dei problemi della giustizia italiana sono di tipo organizzativo. La nostra macchina della giustizia è a livelli preindustriali, ancora “agropastorali”».
PB: Nonostante abbia 7.000 sale server? RB: «Non ne parliamo... Si è spesa una valanga di soldi in informatica, si spendono tantissimi soldi per il personale e il risultato è un sistema preindustriale. Si devono inserire managerialità ed efficienza».
PB: In pratica? RB: «Prendiamo, per esempio, un furto di polli. Si stabilisce che normalmente si dovrebbe chiudere la pratica in 15 giorni. Se per un furto di polli si va avanti per sei mesi vuol dire c’è qualcosa che non va. In altre parole: standard e controlli. Se un magistrato non ce la fa a chiudere un determinato processo entro un tempo stabilito, deve spiegare perché non ce la fa».
PB: Qual è il limite tra la sfera pubblica e quella privata di un politico? RB: «Non sono un moralista e quando qualcuno moraleggia metto mano alla pistola. Penso che la vita sessuale di una persona sia cosa totalmente sua. Senza dare scandalo, ovviamente. Non si può andare in giro nudi o avere amplessi di vario tipo con troppa disinvoltura. Ma se vai con un uomo o con una donna sono fatti tuoi, anche per un uomo politico. Non sopporto soprattutto gli ipocriti, quelli col ditino alzato che fanno la morale e poi magari vengono presi col sorcio in bocca».
PB: Senza fare nomi? RB: «Senza fare nomi. Se ciascuno di noi guardasse prima la trave nel proprio occhio e poi la pagliuzza in quello del vicino, sarebbe meglio. Quello che mi indigna di più è l’accanimento mentre qualcuno è già a terra, caduto».
PB: A proposito di stampa, quanto ha chiesto all’Espresso per quell’articolo sulle case di sua proprietà? RB: «Di base, sette milioni di euro; ma possono aumentare».
PB: L’hanno attaccata su un valore che per lei è sacrosanto, quello della casa: il suo unico vizio. RB: «Non gioco in borsa, non bevo, non fumo (beh..., bevicchio un po’, ma insomma...), non ho altri tipi di vizi o di lussi tranne le case. Mi piace ristrutturarle e mettermele a posto con i materiali giusti, compatibilmente con le mie finanze, che non sono piccole, ma neanche da uomo ricco. Intendo la casa non come bene di investimento, ma come valore d’uso. Ti può andar male tutto, ma entri a casa tua e stai tranquillo. È la mia filosofia».
PB: Da molti anni è sotto scorta. Come è nato tutto? RB: «È cominciato 26 anni fa semplicemente perché ero il consigliere economico di Craxi. Mi telefonò il prefetto, era fine settembre del 1983. Mi disse che non so quale comitato aveva deliberato di assegnarmi una scorta».
PB: Aveva ricevuto minacce? RB: «Sì, qualcosa da parte delle Brigate Rosse».
PB: Senza scorta si sentirebbe in pericolo? RB: «Non mi sono mai sentito in pericolo; però con la scorta mi sono sentito più libero. Di poter dire, fare e comportarmi secondo il mio sentire. Non ho mai avuto neanche paura. Forse perché, con un meccanismo psicoanalitico, ho pensato che la cosa non riguardasse me ma qualcun altro. È una maniera per difendersi».
PB: Da suo padre ha imparato l’etica del lavoro. E da sua madre? RB: «L’umanità e l’intelligenza. Per esempio, lei faceva una specie di Linea Amica per tutto il quartiere».
PB: Allora ha copiato. RB: «Sì, ho copiato da lei. Faceva la consolatrice delle amiche abbandonate e proprio lei era il punto di riferimento per tutto il quartiere per queste funzioni, come dire, “sociali”».
PB: Ha detto di essere stato scoperto da un maestro geniale, mancato troppo presto. Chi era? RB: «Facevo Economia all’Università di Padova. C’era questo professore geniale e bravissimo che mi capì. Stavo facendo la tesi di laurea con lui e un giorno mi convoca. Pensavo fosse per la tesi. Io porto tutte le mie scartoffie e invece mi dà un gessetto in mano e mi dice: “Da domani fai tu lezione. Io torno tra quattro mesi. Ciao”».
PB: Immagino la faccia degli altri studenti. RB: «Erano felici, perché mi conoscevano».
PB: E da lì comincia la sua vita universitaria. Com’è Brunetta professore? RB: «Ero molto amato, ma anche molto duro ed esigente. Ho fatto tutto il cursus honorum cominciando dal basso, fino a fare i concorsi per vincere la cattedra. Nel frattempo facevo la mia attività di consigliere del principe (Bettino Craxi, ndr) a Roma. Questo mi è costato molto perché l’accademia non me lo ha perdonato: pensava che fare le due cose fosse disdicevole e me l’hanno fatta pagare. Ma sono andato avanti e finalmente ho vinto la cattedra».
PB: Ha avuto molto da dire a proposito del finanziamento pubblico allo spettacolo. RB: «Non accetto di essere imbrogliato da chi dice che fare spettacolo è produrre cultura. Lo spettacolo è un bene privato e chi lo produce può essere considerato un artigiano come chi fa scarpe o bulloni. Per questo dovrebbe ricevere gli stessi incentivi degli altri. Non perché uno fa cinema deve pretendere di avere soldi perché fa cultura. Un film può diventare cultura se, dopo che è stato prodotto, diventa un pezzo di coscienza collettiva, un pezzo di storia del Paese. Ma ex ante chi me lo garantisce? Nessuno, se non qualche commissione variamente orientata ideologicamente. E allora siamo dentro un altro imbroglio. Mi sono preso gli insulti di un ceto di sovvenzionati, di parassiti, abituato all’autoesaltazione di sé. Di persone che, magari, quando mettono fuori il naso dalla propria conventicola ideologico-culturale, il naso se lo vedono tagliato».
PB: Insomma una minoranza, ma molto rumorosa. RB: «E anche parassitaria, visto che si becca i soldi di tutti. Faccio sempre l’esempio del calcio. Se vado allo stadio, con il mio biglietto copro tutto il costo della partita. Ma se vado a sentire l’opera, pago il 10 per cento dello spettacolo che vedo».
PB: Ma l’opera è cultura! RB: «Ma chi l’ha detto?! Dipende, se proprio vuoi. Vai al Conservatorio a vedere in piedi l’Aida fatta dagli studenti e non ti costa niente. Ma se vuoi i lustrini e la prima alla Scala, non puoi pensare che te la paghi Pantalone e tu vada a sfoggiare lo smoking o il vestito da sera della tua signora. Questo è un imbroglio e, da socialista, lo urlo. Se l’opera è cultura, allora alla prima della Scala io la gente la prenderei a sorteggio, gratis!».
PB: Spesso cita Giovannino Guareschi come un ritrattista dell’Italia di una volta. Ma lei da che parte sarebbe stato? Da quella di Peppone, il sindaco comunista, o da quella di don Camillo, il parroco anticomunista? RB: «Sono sempre stato anticomunista. Sa dov’ero nel ’68?».
PB: Dove? RB: «Contro i figli di papà che volevano la fiscalizzazione degli esami e fottevano me perché non ero un figlio di papà; io, che dall’università volevo il riscatto sociale. Ho molto ben chiara una cosa, come fosse la mia stella polare: dove stanno i comunisti, io sto dall’altra parte».
PB: Ma non poteva stare neanche dalla parte di don Camillo? RB: «Sono laico e mangiapreti».
PB: Eppure, ha in camera da letto una statua della Madonna. RB: «Ma è un’altra cosa, è una Madonna vestita, un oggetto di artigianato straordinario. Lo scorso Natale Titti, la mia fidanzata, ed io l’abbiamo trovata in una vetrina di un rigattiere, a Todi. Era un po’ malmessa ma ce la siamo portata via, pagandola anche poco. L’ho portata da un restauratore, ma non aveva tempo di metterla a posto, perché era un oggetto di troppo poco valore. Così lui mi ha insegnato come fare e per una settimana, durante le vacanze di Natale, sono andato nella sua bottega e me la sono restaurata. Ha un viso delizioso».
PB: Ha la fama di essere un giardiniere fannullone. RB: «Non mi piace zappettare, ma guardo volentieri chi me lo fa. E pago. Vengo da una città di pietra, ma mi piacciono i giardini e la terra; e da un po’di tempo comincio anche a riconoscere le piante, a chiamarle con il loro nome».
PB: Proviamo. Mi definisca con il nome di una pianta Bersani. RB: «Un’acacia; è bella, rigogliosa e cresce. Ha anche le spine e dei fiori».
PB: Rutelli. RB: «Rutelli..., Rutelli..., una vite americana».
PB: Bertinotti. RB: «Una buganvillee».
PB: Tremonti. RB: «Un biancospino».
PB: Berlusconi. RB: «Ah! Berlusconi è una rosa».
PB: Colleziona antichi pezzi da tavola in argentone. Più sono usati, meglio è? RB: «Certo. L’argentone, soprattutto nei Paesi anglosassoni, ha rappresentato un’emancipazione per la borghesia che non si poteva permettere gli argenti troppo costosi dei nobili. Mi piacciono soprattutto quelli delle navi e degli hotel. Mi vergogno un po’, ma quando vado in un grande albergo, faccio tutto un discorso introduttivo al direttore (che di solito ne rimane impressionato), poi gli chiedo se mi possono regalare un loro pezzo in argentone: una piccola saliera, una coppetta, qualcosa del genere. Devo dire che mi va quasi sempre bene».
PB: A una coppia di neosposi lei ha fatto una raccomandazione un po’ fuori dagli schemi: ha consigliato loro di essere egoisti. RB: «È stato il discorso che ho fatto al matrimonio di Andrea Pamparana, il vicedirettore del Tg5. Eravamo a Ischia. Volevo fare un discorso un po’ diverso, perché per tutti gli sposi si pensa sempre all’altruismo, al dono. Tutto bello e importante; ma nella vita prevale sempre l’egoismo, che è anche quello di amare l’altro per il proprio benessere così come fa l’altro per il suo. Perché negarlo?».
PB: La sua fidanzata, Titti, sarà d’accordo su tutta questa storia dell’egoismo? RB: «Beh, questo è il mio pensiero. Lei avrà il suo, ognuno è libero».
PB: Ma per quanto tempo rimarrà solo fidanzata? RB: «Prima o poi diventerà mia moglie».
PB: L’anno prossimo? Nel 2010 anche la Gelmini dice che si sposa. RB: «Vediamo. Le vie del Signore sono infinite».
PB: Un rimpianto? RB: «Di non essere andato a studiare stabilmente in America, per vincere il premio Nobel».
PB: Ma è una fissazione, questo Nobel. RB: «Assolutamente sì».
PB: Magari prima o poi... RB: «No, ormai basta. In economia, o si vince prima o niente».
PB: Un rimorso, un’occasione sprecata? RB: «Tantissime. La prima volta che Berlusconi mi chiese di candidarmi, avevo pensato di presentarmi a Venezia. Quando mi venne invece offerto il collegio di Padova, rifiutai e mandai tutti a quel paese. Alla fine risultò vincente il collegio di Padova e perdente quello di Venezia. Sono stato un cretino a non accettare la proposta».
PB: La prima volta che si è innamorato? RB: «Alle medie, di una ragazza».
PB: Lei sarebbe disposto ad aspettare ore sotto la pioggia per una donna. E, in realtà, una volta, l’ha pure fatto. Chi era la fortunata? RB: «Un mio grande amore».
PB: Realizzato? RB: «Per quel periodo sì, ma poi è finito male».
PB: La prima volta con una donna? RB: «Tardi, troppo tardi; ma va bene così. Non credo alle statistiche!».
PB: Il ministro Brunetta non crede alle statistiche? RB: «Beh, di questo tipo».
PB: La cosa più trasgressiva che ha fatto. RB: «Non sono uno trasgressivo».
PB: Mai fatto neanche un tiro di canna? RB: «Mai. Il mio massimo di droga si chiama amaro Averna con ghiaccio. Ma non lo dico per moralismo. La verità è che non sopporto il fumo. Ho anche tentato di fumare la pipa o la sigaretta ma non mi è mai piaciuto e, forse, questa repellenza per il fumo mi ha esentato anche dalle canne. Penso che a tutti possano capitare dei momenti di debolezza e, se sei così sfortunato da incappare nella droga, ti può anche succedere di farne uso. Ringrazio il cielo, perché, durante quei momenti, non si sia mai concretizzata l’occasione: non so altrimenti come sarebbe andata a finire».
PB: E in quei momenti a cosa si aggrappava? RB: «Mi chiudevo in casa e dormivo. La mattina dopo poi mi passava».
PB: Ministro, la vita è punizione? RB: «No, è la cosa più bella del mondo».
Playboy.it
| Roberto roma scrive |
11/02/2010 13.35.44 |
| caro Brunetta,ti devi mettere nella testa che ti ritrovi una cosa molto semplice.... Ti devi dimettere!!!!! Hai scassato le palle a tutti e a tutto!!!!!j! |
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