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Venti domande allo stilista bolognese
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È uno dei talenti di punta della nuova generazione del made in italy. classe 1970, bolognese, stilista per famiglia e per passione la sua moda rappresenta un messaggio di stile sfaccettato e originale, ricco di poesia e di incanto.
Come hai cominciato nel mondo della moda?
«Abbastanza presto. La mia famiglia possedeva un maglificio, e in quel maglificio ci sono cresciuto, con mia madre, mia nonna e altre 25 “balie” magliaie che oltre a insegnarmi i segreti e i trucchi del lavoro mi hanno trasmesso l’amore per la moda e per le donne che vesto».
Qualcuno ti ha trasmesso la passione per le passerelle o è innata?
«Sicuramente dentro di me il terreno era già fertile. Quello che ho fatto fino ai 16 anni è sempre stato ridotto all’azienda di famiglia, e alla provincia in cui lavoravo. Fino a che non ho incontrato una donna che tutt’ora è un punto di riferimento unico, Anna Riva, stylist e a oggi anche direttrice di una delle più importanti redazioni giornalistiche di moda. Lei mi fece scoprire che quello che possedevo non poteva essere riservato solo alla realtà della piccola provincia. Così insieme al mio socio, mi aiutò a farmi strada nel mondo della moda e soprattutto nella capitale della moda, Milano. Se oggi come oggi sono ventuno anni che seguo e vengo seguito nelle passerelle che amo è per come persone come la signora Riva, il mio socio e l’ufficio stampa con cui lavoriamo che me l’ hanno permesso».
Che cos’è per te lo stile?
«Lo stile è un modo di essere, un modo di atteggiarsi, muoversi, che nella maggior parte dei casi non ha nulla a che fare con l’abbigliamento. Avere stile è essere a proprio agio con quello che si indossa e quando non si mette in imbarazzo chi ci guarda. Infine lo stile non ha nessun valore per chi ne è provvisto, di contro chi non lo possiede naturalmente è inutile che lo cerchi negli abiti e nelle frequentazioni».
Definisci in tre aggettivi il suo stile. Ci dai una motivazione per ognuno dei tre?
«Tre aggettivi non basterebbero per descrivere il mio stile, io sono un uomo al servizio delle persone. Sicuramente c’è molto di me e della mia vita, delle mie passioni e delle mie intuizioni in ciò che faccio. Ecco forse il primo aggettivo potrebbe essere proprio “personale”, poi “forte: ci sono troppi nomi, troppi stili, troppo di tutto… per questo la mia collezione deve essere riconoscibile, di forte impatto, distinguibile. Infine “moderno”: oggigiorno è facile cadere nella banalità, nella scontatezza. Quello a cui punto è lasciare a bocca aperta, lasciare perplessi anche, perché no? Uun ottimo modo per riuscire a farsi ricordare molto più facilmente».
Che cosa ricordi della tua prima collezione?
«Ricordo l’ entusiasmo dei 20 anni, la spensieratezza di quel periodo. La gioia nel vedere le grandi top model, Linda, Naomi, Claudia, Kate etc… che si strappavano dalle mani gli abiti in particolare ricordo la maglia nera con la schiena stringata che indossava Linda Evangelista allora con criniera rosso fuoco».
Esistono degli stilisti che rappresentano per te un punto di riferimento?
«Ho sempre apprezzato grandi stilisti come Gianni Versace o Gianfranco Ferrè. Però lo stilista che ammiro di più è Azzedine Alaia. Del suo lavoro amo la cura che mette nei tagli, rendendo così il corpo femminile un “supercorpo”. Inoltre stimo molto la sua riservatezza nel fare questo mestiere dove tutti cercano di fare tanto, troppo rumore».
Ci descrivi il capo da te realizzato al quale sei più affezionato?
«Durante un mio viaggio, incontrai una vecchia signora che lavorava a mano la maglieria in maniera eccelsa, mi insegnò un piccolo trucco per lavorare ai ferri maglia e paillettes. Quando tornai in Italia, ci realizzai un’intera collezione. Ancora oggi, sono tra i pezzi d’archivio più richiesti e indossati dalle celebrity di adesso. Come Paola Barale che ne ha indossato uno oro per un importante avvenimento svoltosi a Milano qualche giorno fa».
A che cosa stai lavorando in questo momento?
«Adesso mi sto concentrando molto su collezioni non troppo vaste. Poco dispersive. Precise. Commerciali ma sempre con un tocco di coraggio che mi ha sempre contraddistinto e premiato. Sto in particolar modo cercando di personalizzare la prossima collezione lavorando sulle iconografie religiose, e sulla fantasia floreale all over».
Alcuni ti definiscono ribelle, per quale motivo?
«Credo che sia come dicevo prima, a “causa” dell’ azzardo che metto sempre nelle mie collezioni. Faccio scelte impegnative, a volte discutibili, che fanno arricciare il naso ai miei collaboratori in primis. Ma che riusciamo a sposare a tessuti, tecniche, colori… che alla fine danno vita a capi speciali. Unici. Decisamente Navarra. In realtà sono i miei capi a essere ribelli, forti e audaci. Io personalmente sono un uomo molto riservato e pacifico. Mi piace impressionare solo nel mio lavoro. Ma nella vita privata amo i miei libri, il mio cane, i miei amici».
Che cosa significa per te innovare?
«Innovare è una cosa che richiede grande coraggio e determinazione perché spesso i cambiamenti non tutti li gradiscono. È sempre più rassicurante proporre pochi cambiamenti nel proprio lavoro, ma innovare significa rischiare».
Se dovessi paragonare la tua produzione a una famosa opera d’arte, quale sceglieresti e perché?
«Tutto ciò che riguarda Dalì e il surrealismo: forte, visionario, eccentrico, non da tutti compreso. Immagini allegoriche che sono più di una figurina colorata. Sogni, visioni, speranze. Colori veri, colori forti, e con bellissime muse che ispiravano continuamente la sua vita».
La città o l’ambiente in cui ti è più congeniale lavorare?
«Sicuramente Bologna, la città dove sono nato, dove ho studiato e dove da sempre lavoro. Di Bologna apprezzo la cucina e la cultura che porta ogni anno in città migliaia di persone da tutta Europa per frequentare le storiche università, poi è abbastanza lontana da Milano e quindi mi permette di esimermi dal presenziare a noiosi eventi mondani».
Chi è il tuo modello di donna perfetta e per quale motivo?
«Veruscka, una delle donne più belle e più ambivalenti nella storia della moda. Dell’arte e della fotografia. Ma anche Linda di cui ad oggi nessuna è riuscita a eguagliare bellezza e passione».
La tua definizione di sensualità in assoluto?
«La mia definizione di sensualità è molto lontana dagli stereotipi comuni: trovo molto più elegante ed erotica una spalla scoperta o una caviglia nuda rispetto a una figura ostentata. Credo che la timidezza sia molto sensuale. Penso che una donna che mangia e ride sia molto sensuale».
Qual è il più bel complimento che ti abbiano mai fatto?
«Vedere i miei capi scattati sulle pagine delle riveste di moda più importanti del mondo è il continuo complimento più bello che possano farmi. Perché è il modo più gratificante di percepire la stima delle persone che mi seguono e lavorano nella moda».
Accetti le critiche sempre come costruttive o a volte ti danno fastidio?
«Accetto ogni tipo di critica, l’importante è che venga fatta con la testa. Sono una persona che si mette facilmente in discussione, lo faccio con il mio staff, lo faccio con i clienti che comprano le mie collezioni. È importante conoscere e lavorare sugli errori e sulle riflessioni di quelli che la tua collezione la comprano, la mettono e la vendono. D’altronde i vestiti che disegno non li faccio per me, ed essendo uno stilista in continua evoluzione penso sia importante il parere del mio pubblico. Odio l’ignoranza e la critica a prescindere. Soprattutto da chiunque pensi di poter dire quello che vuole solo perché indossa – magari anche male – l’ultimo capo must della stagione».
Qual è il tuo più grande desiderio professionale per il futuro?
«Aprire il primo monomarca Gaetano Navarra».
E quello personale?
«Dopo comprare casa a Parigi, cos’altro potrei desiderare di più? Comprare casa a New York non sarebbe tanto male».
Che cosa ti piace fare nel tuo tempo libero? Ad esempio siamo alle soglie dell’estate, qual è il tipo di vacanza che ti rilassa di più?
«Io leggo moltissimo. È un ottimo modo di avere a che fare con qualcosa che non siano pizzi, chiffon, borchie e frange. Leggere di sogni di vite altrui. Le mie estati mi piace passarle al caldo, dove non si parla di lavoro almeno per quel mese in cui mi allontano dall’Italia per un po’».
Che rapporto hai con la beneficenza? E che idea hai delle persone che operano nel mondo del volontariato?
«La beneficenza credo sia importante, a me fa stare bene. Quella che faccio io è principalmente dedicata alla ricerca. Sono nato in una famiglia molto altruista e stimo molto le persone che decidono di dedicare la loro vita o parte del loro tempo al volontariato».

Marco Infelise

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