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PLAYMATE
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MONICA RICCHETTI
altezza: 172 cm peso: n.d. misure: 91-62-90 La Playmate di Aprile è una vera pupa
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ANNA MARIA SCHNEIDER
altezza: 172 cm peso: n.d. misure: 90-61-90 La Playmate di marzo è una bionda polacca da non perdere (foto Davide Esposito)
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CADY
altezza: 173 cm peso: 53 kg misure: 89-71-93 La Playmate di Febbraio è una Lolita dolce e sexy
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DAMAGED DOLL
altezza: 178 cm peso: n.d. misure: 83-62-89 La Playmate di dicembre-gennaio è la Cyber Rock girl 2011 di Playboy e Virgin Radio
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CYBER GIRL
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CARLIE CHRISTINE
altezza: 160 cm peso: 50 kg misure: 86-61-86 La Cyber girl Usa che abbiamo scelto per allietare le vostre vacanze
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KRISTINA JARVIS
altezza: 170 cm peso: 54 misure: 85-61-88 Miami mon amour
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JESSICA VAUGN
altezza: 163 cm peso: 52 kg misure: 88-64-92
L'italiana del Kansas
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JESSA LYNN
altezza: 179 cm peso: 54 kg misure: 91-61-88 La ragazza di Las Vegas
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INTERVISTE
GORDON RAMSAY
Buono da matti. Incontro con lo chef più famoso al mondo (foto Getty Images)
 Siete abituati a vederlo, nelle cucine di tutto il mondo, dare di matto tra aspiramti cuochi e fornelli sporchissimi, con il suo linguaggio a dir poco vivace. Beh, di persona è assolutamente identico...
PLAYBOY: Vorremmo sapere, e non prenderla nel verso sbagliato, se nella vita reale sei davvero lo stronzo che si vede in televisione. GORDON RAMSAY: «Ho un animo passionale e infervorato, e questo a volte viene frainteso. Se vedo un buon lavoro, elogio; se qualcosa fa cagare, lo faccio notare. All’interno di una cucina professionale la pressione è tremenda… certo, non ci occupiamo di ingegneria aerospaziale ma comunque bisogna essere all’altezza cazzo. In un programma come Hell’s Kitchen, per tirare fuori i 42 minuti di una puntata giriamo per 110 ore, ed è ovvio che per tutto questo tempo io non possa sempre essere allegro e vivace nello spiegare come si condisce un’insalata. Quando le cose vanno per il verso giusto sono lo chef più felice del mondo, ma se qualcosa va storto e sulla porta del ristorante c’è scritto il mio nome o sto gestendo un’intera cucina in Tv, di certo non accetterò mai di far servire del cibo di merda, sono gli stessi concorrenti che non dovrebbero volerlo». PB: Pensi davvero che la soluzione migliore sia chiamare un cuoco “asino del cazzo” perché ha cucinato troppo dei carciofi? GR: «Sono la persona sbagliata a cui chiederlo. Quello è il linguaggio che uso nella mia cucina, se a casa mia moglie brucia una pizza di certo non la insulto dandole della stronza. Ma se sono in Tv in un programma che mette in palio un quarto di milione di dollari e c’è un coglione che si definisce capocuoco da hotel a quattro stelle e poi non sa cucinare i carciofi, puoi scommettere che lo prenderò per il culo». PB: Qualcuno ha mai attaccato te? GR: «È accaduto qualcosa del genere in una delle prime stagioni di Hell’s Kitchen a Londra. Una ragazza aveva bevuto troppo e per farsi notare ha provato a darmi un pugno, ma io sono cintura nera di karate e amo anche la boxe, quindi so difendermi piuttosto bene. Come se poi mi interessasse davvero fare a botte: preferisco pensare a finire di cucinare prima, al massimo ci si mena dopo. Sembro davvero così arrabbiato in Tv?». PB: A volte. Non ti guardi mai in televisione? GR: «Mai. Non voglio pensare troppo a me stesso, finendo col voler ricorrere a un truccatore, modificare la mia camminata o chiedermi: “Oh, ho detto davvero quelle cose?”. Fanculo, quel che è stato è stato, preferisco andare a mangiare fuori piuttosto che vedermi in Tv». PB: I proprietari dei ristoranti sono sempre chiari con i clienti? GR: «Sono i clienti che dovrebbero chiedere e lamentarsi di più. Faccio un esempio: al giorno d’oggi il cibo di per sé è già molto caro, e inoltre in alcuni posti ci sono questi sommelier del cazzo che ti portano la lista di vini con centinaia di bottiglie sbattendotela sul tavolo. Sanno che questo intimidirà la maggior parte dei clienti che quindi finiranno con l’ordinare qualcosa di costoso per non sfigurare. Io invece penso quei sommelier debbano essere messi sotto torchio: “Voglio una bottiglia di rosso che costi tra i 20 e i 30 euro, portami diverse alternative tra cui scegliere. Non portarmi un’enciclopedia su cui perdere venti minuti del mio tempo, sono qui per mangiare e chiacchierare con le persone al mio tavolo. Questo è il tuo lavoro”. Si deve fare così». PB: È vero che tu e Mario Batali (un altro chef pluripremiato che conduce un programma in Tv, NdR) siete in una sorta di faida dopo che lui ha definito la tua cucina obsoleta e tu l’hai chiamato pel di carota? GR: «Queste sono stronzate che la gente alimenta solo perché vorrebbe vedermi andare al suo programma di cucina a scontrarmi con lui». PB: E ci andresti? GR: «Se ci andrei? Direi di sì, a dir la verità. Anzi assolutamente sì. Vincerei? Dunque, mettiamola così: datemi uno o cinque ingredienti, e dateli anche ad altri dieci cuochi provenienti da tutto il mondo. Posso garantire che creerò un piatto migliore del loro. Tutto ciò che ho imparato a livello culinario è derivato dall’essere stato messo più volte a tappeto, stringendo i denti per non perdere il terreno guadagnato: ogni volta che si sbaglia, si ritorna con un’idea diversa, con una ricetta nuova. Vincerei quel programma di sicuro». PB: Com’è possibile che tu non sia grasso? GR: «Abbraccio l’etica cinese secondo cui bisogna mangiare piccole porzioni più volte al giorno. Non penso che i cuochi debbano essere grassi, lo sono stato un tempo e credo che non ci sia niente di più disgustoso che essere sovrappeso e aspettarsi che i clienti guardandoti abbiano voglia di mangiare il tuo cibo. Mio padre è morto di infarto a 53 anni, non ho mai fumato in tutta la mia vita, mi piace stare in forma, non amo stare fermo». PB: Certo che no. Hai più di venticinque ristoranti in tutto il mondo, tre programmi televisivi in America e due in Inghilterra, hai scritto diversi libri e hai quattro figli. Non pensi mai di essere troppo iperattivo? GR: «Ma per favore. Credi che i gestori delle grandi catene abbiano peccato di iperattività nel costruire delle industrie multimilionarie? Certo che no, e spero tra quindici anni di essere ancora come oggi, e per farlo tutti i grandi chef ricorrono a una regola fondamentale: assumere gente davvero in gamba». PB: Se i tuoi clienti spendono tantissimi soldi per avere un pasto preparato da Gordon Ramsay, non hanno forse il diritto di mangiarne uno cucinato proprio dalle tue mani? GR: «Sono trent’anni che tutti mi dicono questa stronzata. Se compri un vestito fatto da Armani, ti aspetti che sia stato Giorgio in persona a cucirlo punto per punto? È forse Hugo Boss a produrre fisicamente le t-shirt che portano il suo nome? Quando mi sono comprato la mia Ferrari 458 non ho certo chiesto al signor Enzo di montarci su le mie cazzo di ruote. Non esiste. Datemi una cazzo di tregua». PB: Ti piacciono le Ferrari? GR: «Amo le Ferrari, le Lamborghini, le Maserati. Amo la precisione e la velocità, anche se possono portare pure guai. L’altro giorno a Los Angeles ero sulla mia nuova Maserati Gran Turismo e per errore ho voltato sul lato sbagliato della strada, tenendomi sulla sinistra come fossi in Inghilterra. Tre secondi dopo la polizia mi era attaccata al culo facendo gli abbaglianti. Sono sceso dalla macchina e l’agente ha tirato fuori la pistola gridandomi di tornare in macchina. Era mezzanotte passata, non avevo la carta d’identità con me e quello pensava che la Maserati l’avessi rubata. Poi però dalla pizzeria vicino sono uscite alcune ragazze che mi hanno riconosciuto e hanno cominciato a urlare “Ramsay ti amiamo!”, al che lui mi ha riconosciuto e ho potuto avere indietro la mia vita». PB: Però non è stato altrettanto semplice cavartela in Costa Rica. GR: «Decisamente. Stavo girando un documentario sul commercio illegale di pinne di squali. La loro pinna non sa quasi di nulla ma in Asia averne un po’ nel piatto o nella zuppa è segno di potere. Insomma un’industria miliardaria basata sull’arroganza. Gli stessi pescivendoli avevano delle guardie armate e quando ci siamo andati una di loro ci ha fermati: il mio cameramen è stato buttato a terra e ci hanno gettato benzina addosso per darci fuoco. Era ovvio che un cuoco stupido e i suoi cameramen non avrebbero mai fermato questa tratta illegale, ma mi ero detto: perché non provarci? È come la droga e altre cose: se non fai vedere davvero cosa succede, chi lo saprà?». PB: Lo chef Anthony Bourdain ha scritto che molti cuochi si drogano sempre di più. Qual è la tua esperienza in materia? GR: «Non ho mai toccato droga in tutta la mia vita. Aver visto mio padre bere fino a svenire trasformandosi in un alcolizzato, e mio fratello diventare eroinomane, mi ha fatto sempre evitare queste cose. Una volta ho perso un cuoco a causa della cocaina, mentre un altro di un mio programma si è suicidato buttandosi da un ponte. Ogni persona sa gestire la pressione in modo differente, è ingiusto criticare o generalizzare. I cuochi hanno bisogno di cocaina per sopportare lo stess? Certo che no. È cucina cazzo, mica rock and roll». PB: A proposito di panico, i tuoi amici si agitano quando ti invitano a qualche cena di compleanno? GR: «Odio quel genere di cene. Le odio. Cerco davvero di non andarci, soprattutto per non dover stare per ore seduto a fingere che sia tutto delizioso quando non lo è. Il cibo fa spesso cagare, ed è così difficile essere diplomatico». PB: Puoi dirci una cosa semplice che chiunque può fare per cucinare meglio? GR: «Usare una benda sugli occhi. Io insegno ai miei cuochi in una maniera poco ortodossa, raramente possono sedersi ad assaggiare ciò che hanno appena cucinato. Essere bendati è stupendo, crea una grande intimità con il cibo che si ha davanti, tutti i sensi si ottimizzano, la salivazione aumenta, praticamente ci si eccita. C’è un tale livello di tentazione e aspettativa. Fatelo per un mese e quando mangerete la lingua e i sensi saranno molto più connessi al cibo. Il palato si aprirà a un’esperienza di piacere». PB: Lo fai sembrare parecchio erotico. GR: «Cucinare ha molto in comune col sesso, a dire il vero. Se vuoi renderlo spettacolare devi essere egoista, devi essere il più grande bastardo che abbia mai indossato una divisa da cuoco. Io lo sono per quanto riguarda i grandi sapori e la perfezione dell’esperienza, e credo sia questo il segreto di un cazzo di grande chef. Un’altra componente è anche la sicurezza di sé, che è una fottutissima dote primaria dei grandi cuochi. Sicurezza unita a controllo, impatto visivo, fame, soddisfazione, consapevolezza. Non c’è dubbio, la cucina è come il sesso. Sì, cazzo». PB: Che problema hai con le parolacce? GR: «“Cazzo” è una bellissima parola, e quando dici a qualcuno di andare a fanculo non potresti trovare un modo migliore per rendere l’idea. Tutti dicono le parolacce, anche la regina. La gente dovrebbe smetterla di essere così puritana a riguardo». PB: Non pensi che i tuoi capelli non siano molto in linea con la tua età? GR: «Stanno diventando grigi e tingerli un pochino è la mia sola concessione di vanità. Insomma, guardo Rod Stewart che ha 66 fottuti anni, suona come se non ci fosse un domani, fa ancora figli e gioca coi suoi capelli. Perché io non dovrei? Non penso di essere viziato, prendo solo un po’ cura di me stesso e del mio aspetto. Mi faccio forse le sopraciglia? No. Mi faccio fare la manicure? No. Mi faccio i cazzo di lettini solari? No. I capelli sono la mia personale linea di confine». PB: Sei quasi diventato un giocatore di calcio professionista. Come sarebbe stata la tua vita? GR: «Era tanto tempo fa, avevo 17 anni. Mi piaceva ed ero molto bravo, ma anche se avessi fatto carriera a quest’ora sarei già stato in pensione da molto tempo, anzi sarei stato un allenatore perché mi piace insegnare e so farlo molto bene. Ma sono contento di essermi infortunato e aver poi scelto la cucina, è stato sì un incidente, ma il più felice della mia vita». PB: Ti dispiacerebbe essere ricordato come lo chef che urlava in televisione? GR: «Non penso a questo genere di cose onestamente. Io sono la stessa persona da sempre, e non cambierò mai, non sono diverso rispetto a come ero dieci anni fa, ho esattamente gli stessi valori. Sono fortunato che qualsiasi cosa io faccia giri intorno a ciò che amo di più, e cioè il cibo. Se potessi essere ricordato anche solo come qualcuno che ha potuto fare ciò che amava e l’ha fatto, così come molti altri sulla faccia della terra, ci metterei la firma immediatamente, cazzo».
David Hockman
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