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IL MIO NOME È MAGIA
Incontro con Silvan, il principe italiano del mistero (foto Massimo Masini)
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La più bella esperienza che possiamo fare è incontrare il mistero. Lo diceva Albert Einstein, uno che di astrazioni se ne intendeva. Quando poi ti capita di incontrare il mistero in persona, la curiosità aumenta. Perché in Italia, e in larga parte del mondo, quando pronunci la parola mago viene in mente un solo nome: Silvan. Sgomberiamo il campo da equivoci: per il sottoscritto, l’arte magica è qualcosa di più che un semplice interesse. Uno dei primi libri che ricordo di aver letto con famelico interesse era il Manuale di Silvan. Quando avevo vent’anni incrementavo la personale disponibilità economica esibendomi come prestigiatore alle feste di compleanno. Da adulto, la magia mi ha permesso di accomodare situazioni sgradevoli in più di un’occasione. Ho divorato centinaia di libri sull’argomento e posso sostenere a buon titolo che l’arte dell’illusionismo è il più grande amore della mia vita. Ho sempre avuto un modello da seguire, e quel modello era Silvan. Pertanto, mettetevi nei miei panni: sto per incontrare l’uomo che ha provocato la prima scintilla di una fascinazione mai interrotta. Raggiunta la discreta palazzina alle pendici del Gianicolo, a Roma, suono il campanello. E Silvan appare. Nella penombra del soggiorno splende il celebre sorriso. La camicia bianca, l’abito di taglio impeccabile, lo sguardo, il timbro della voce, i gesti. «Che classe», sussurra il fotografo al mio fianco. Silvan ci chiede di seguirlo al piano inferiore, scendendo una scala a chiocciola che ci immette in uno studio foderato di velluto rosso. «Lo chiamo il mio antro magico», spiega. In questa magica avventura, non sono solo. Mi accompagna, in veste di amico, l’illusionista Eddy, che già si è fatto molta strada esibendosi per alcune personalità del jet-set internazionale. Ma anche lui, quando incontra Aldo Savoldello, che di Silvan è il nome all’anagrafe, resta senza fiato. Per un istante torniamo bambini e ci aspettiamo che un coniglio compaia all’improvviso da un cilindro. Già, perché ripercorrere la carriera di Silvan non è cosa facile. Fin dall’infanzia, si divertiva a stupire i suoi coetanei con lo pseudonimo di Saghibù. «Il nome d’arte che mi ha reso celebre è un omaggio a una bellissima attrice: Silvana Pampanini. Fu lei che mi suggerì di adoperare questo pseudonimo sostituendolo a Saghibù, troppo tenebroso e stregonesco per un ragazzo giovane». Terminato il liceo, Silvan ha cominciato a calcare i palcoscenici di tutto il mondo. Si è esibito a New York, Miami, Las Vegas, Londra, Tokyo, Parigi, negli show televisivi, davanti a teste coronate e capi di stato. Tornato in Italia, ha debuttato in televisione con la serie Sim sala bim e ha partecipato a centinaia di spettacoli teatrali e sul piccolo schermo. Per due volte ha ricevuto il titolo di “Magician of the year” dalla Academy of magical arts di Hollywood ed è stato inserito nella Hall of Fame, di cui soltanto 200 illusionisti fanno parte tra quelli che hanno operato in 4.500 anni di storia dell’arte magica. Nel suo antro, restiamo storditi. Le pareti sono tappezzate da migliaia di libri di magia, mazzi di carte antichi aperti a ventaglio, diplomi, trofei, fogli sparsi, quaderni fitti di appunti, trucchi, un teschio sottovetro che muove la mandibola a richiesta del suo padrone. Sulla scrivania c’è anche un automa della fine dell’800 che si produce in un gioco di prestigio: copre un cappello a cilindro con una bandiera e fa apparire prima un topo, poi un gatto. Pare che l’automa appartenesse a Jean-Eugène Robert-Houdin (1805-1871), padre della moderna prestidigitazione (fu proprio a lui, tra l’altro, che il giovane Erich Weiss si ispirò quando decise di cambiare il suo nome in Houdini).  «La magia è la mia vita da quando avevo sette anni. Mentre trascorrevo le vacanze a Crespano del Grappa con la mia famiglia, mi capitò di vedere in azione un prestigiatore dilettante: in quel momento decisi che anch’io, da grande, avrei fatto l’illusionista. Mio padre era il sosia di Rodolfo Valentino e lo avrebbero voluto a Hollywood. Ma faceva il capo della polizia lagunare a Venezia, e sognava per me una carriera di avvocato. Per tre volte arrivò al punto di bruciarmi le valigie colme di giochi magici, ma non ci fu niente da fare. A dodici anni già mi esibivo in pubblico all’oratorio Don Bosco di Venezia. Ho sempre pensato che la cosa più importante sia credere in ciò che si fa. La professione che esplico è un’arte, e dunque che arte sia». Lo stupore, dopotutto, è un bisogno primordiale degli uomini. «Guardi cosa dipingeva Hyeronimus Bosch già nel 500», aggiunge. Il dipinto si intitola Il prestigiatore: «Osservi: più che il prestigiatore, il vero protagonista della scena dipinta da Bosch è lo spettatore che si sporge per vedere il prodigio da vicino; intanto, mentre cerca di scoprire il trucco, un borsaiolo alle sue spalle ne approfitta per sfilargli il portafogli dai pantaloni. I maghi senza scrupoli non sono mai mancati, e non mancano oggi. Cartomanti, chiromanti, numerologi, medium. C’è un boom vergognoso del finto occultismo, e le vittime sono sempre le stesse: coloro che sono disarmati davanti alle paure e alle angosce della vita, e si fanno turlupinare in totale buona fede». Nello spiegare come l’illusionismo sia un’arte, e delle più complesse, Silvan si entusiasma. Mi mostra un mazzo di carte da gioco appartenute a Giacomo Casanova. Sembra un mazzo ordinario, fino a quando non osservi ogni singola carta in controluce: in filigrana, compare un disegno erotico. «Altro che Playboy», sorride. Ma la magia è un’altra cosa. C'è il talento, che va conservato (Silvan si allena per almeno quattro ore al giorno), e salvaguardato (le sue mani sono assicurate ai Lloyd di Londra). C’è la destrezza. C’è la presenza scenica. E c’è il senso del teatro: «Da ragazzo imparavo i monologhi di Shakespeare e Pirandello, molti li so a memoria ancora adesso».  Silvan, qual è il nocciolo dell’arte magica? «Sta nella psicologia umana, nel tributo della gente a ciò che appare impossibile. Ciò che fa davvero grande un prestigiatore non è la genialità dei trucchi, ma la capacità di sedurre». Giustappunto, Silvan: lei è chiaramente un seduttore, questo è Playboy e non posso esimermi dal farle una domanda: ha mai usato un trucco per far capitolare una donna? Risposta secca: «Non ne ho mai avuto bisogno». E allora restiamo sul tema: tra le molte bellezze femminili per le quali si è esibito, ne ricorda una che definirebbe irresistibile? «Potrei raccontarle storie rocambolesche. Ma un gentiluomo non fa mai nomi e non rivela circostanze. Le lascio alla sua immaginazione. Anche perché, in definitiva, la donna più irresistibile che ho incontrato è quella che ho sposato». Parliamo dell’altro sesso, dunque: qual è l’uomo più straordinario che ha incontrato? «Ne ho conosciuti molti. Nel mio privato, sento molto la mancanza dei miei più cari amici, come Vittorio Gassman, Mario Schifano, Eduardo De Filippo. Che uomini sensazionali. Parlando di esibizioni, invece, l’uomo che ricordo con maggiore intensità è Costantino II di Grecia, l’ultimo dei monarchi ellenici prima del colpo di stato del 1967. Una personalità regale, arricchita da un’intelligenza vivida». Insomma, quello dell’illusionista sembra essere il mestiere più difficile che ci sia: «Ma certo. Bisogna saper dire ciò che non si fa, saper fare ciò che non si dice. E, nel contempo, pensare a cose diverse da quelle che si fanno e si dicono». Lancia uno sguardo all’automa, che sembra ricambiare. «Chi può dire di conoscere i propri limiti? Guai a sedersi, c’è così tanto da imparare. Per arrivare fino in fondo mi ci vorrebbero almeno altre tre vite». Anche per questo, Silvan sta per tornare nelle case degli italiani: sarà il protagonista di una serie di spot televisivi per un’azienda energetica. Saranno magici, certamente. Ma ci auguriamo di poterlo rivedere in televisione con uno show tutto suo, e non con una semplice partecipazione. Chissà. Con Silvan, l’impossibile diventa possibile. Prima di salutarci, all’improvviso, il mago mi chiede se ho una moneta. Gliela consegno, lui la piazza nel palmo della mano destra, e chiude il pugno. Quando lo riapre, nel palmo non c’è più niente. Ma già il pugno si richiude, e dopo qualche istante tra le dita spunta la valva bianca di una conchiglia. «Ecco, questa è per lei. La tenga con sé, le porterà fortuna». Impossibile dubitarne. 
 

Marco Basileo

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