SOCIETÀ

QUESTO NON È UN PAESE PER GIOVANI

Nell’ultimo anno i connazionali emigrati all’estero sono stati 95mila con un incremento percentuale a due cifre e qualcuno già compara il fenomeno alla grande emigrazione che tra il 1860 e il 1976 portò fuori dal Belpaese ben 29 milioni di italiani. Una vera e propria fuga di cervelli, perché i nuovi migranti sono molto diversi dal passato. Sono soprattutto giovani super scolarizzati e qualificati. Una grave perdita che costa allo Stato ben 250 milioni di euro all’anno e inficia il futuro stesso del nostro Paese in termini di innovazione e competitività. I dati, le cause, le mete più ambiti e le possibili vie d’uscita...

I giovani non ci stanno e senza pensarci oltre lasciano l’Italia, un Paese vecchio, fermo, stagnante e congelato, dove l’unico dato che continua a crescere è quello della disoccupazione che in agosto ha raggiunto il 44%. Nell’ultimo anno quasi 95 mila italiani, il doppio esatto dei lavoratori stranieri immigrati in Italia (43 mila), hanno deciso di varcare i patri confini alla ricerca di opportunità e salari adeguati alle loro competenze o semplicemente alla ricerca di un lavoro, di un’esperienza professionale. Sono i cosiddetti cervelli in fuga ma ci sono anche gli unskilled, quelli senza specializzazione e aperti a qualsiasi mansione. Qualcuno parla addirittura di diaspora e la compara alla grande emigrazione iniziata nel 1860 e continuata sino al 1976 che portò fuori dal Belpaese quasi 29 milioni d’italiani, pari a 232 mila all’anno. Ma i nuovi migranti italiani sono molto diversi dai loro avi con la valigia di cartone e lo spago.

LA NUOVA EMIGRAZIONE ITALIANA

Dall’attento identikit del Rapporto “Italiani nel mondo 2014”, presentato di recente dalla Fondazione Migrantes della Cei, emerge chiaramente che se le motivazioni che spingono oggi i giovani a partire sono le stesse di un tempo, completamente differenti sono i loro background formativi e gli obiettivi che vogliono raggiungere. Sono laureati con master post-universitari, parlano più lingue straniere, hanno già fatto esperienze all’estero con i progetti Erasmus e Leonardo, ma soprattutto sanno che la loro formazione merita qualcosa di meglio di quanto il loro Paese è in grado di offrire. Il 60% sono uomini, non sposati dai 18 ai 34 anni (il 36%) e dai 35 ai 49 anni (il 26,8%). Ma ci sono anche tante donne, la maggior parte provenienti dal Friuli (52%). Famiglie intere con minori di cui il 13% hanno meno di 10 anni. Siamo di fronte a un fenomeno senza precedenti, che aumenta di anno in anno: dal 2008 al 2011 le partenze stimate erano circa 50 mila all’anno, pari a 4.000 al mese, 140 al giorno, nel 2012 sono salite a 78.941 e nel 2013 c’è stato un ulteriore aumento del 16%. La meta resta ancora l’Europa con la scelta primaria del Regno Unito e la modernissima Londra, cuore palpitante dell’alta finanza internazionale: ben 44 mila italiani, il 71,5% in più rispetto all’anno scorso, hanno richiesto il national insurance number, necessario per lavorare. Seguono la Germania con 11.731 nuovi iscritti che segnano una crescita dell’11,5%, la Svizzera (10.300, +15,7%) e la Francia (8.402, +19%).

Globus

FUGA DI TALENTI

Dall’Italia, dunque, non solo si emigra ancora, ma si registra un aumento delle “partenze eccellenti” perché sono soprattutto i nostri migliori cervelli a scappare. Sempre più spesso, finiti i master o gli stage, decidono di non tornare più in patria. In un mercato del lavoro altamente internazionalizzato lo scambio potrebbe essere nor-male, ma il fatto allarmante è che nessuno sceglie l’Italia come meta per fare un master o un’esperienza di lavoro. I pochissimi stranieri che arrivano sono indirizzati esclusivamente verso i settori in cui il made in Italy resta leader indiscusso come quello del fashion, dell’alimentare e dell’automobile. Tutto il resto del capitale umano che raggiunge l’Italia alla ricerca di un lavoro ha un livello bassissimo d’istruzione: il più basso di tutto il capitale umano diretto in altri paesi europei. L’Italia è un esportatore di talenti con enormi problemi ad attrarre i ricercatori e i professionisti qualificati. Insomma, i cervelli se ne vanno e non sono compensati dai cervelli stranieri entranti. Una perdita di capitale umano stimata per circa 250 milioni di euro all’anno. Esportando talenti l’Italia perde risorse, perché i soldi che spende per istruirli non rientreranno più. L’Ocse (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) da uno studio del 2009, ha stimato che uno studente universitario italiano costa allo Stato circa 6.500 euro l’anno che moltiplicato per i quattro anni di studio e per 6.552 (il numero di laureati italiani trasferiti all’estero nel 2008) fa circa 170 milioni di euro.

MA PERCHÉ SI PARTE?

Alla base di questa fuga c’è un mix di fattori economici e sociali: la mancata crescita del Pil italiano, un tasso di disoccupazione giovanile altissimo, la crescita costante del precariato, l’aumento del fenomeno del sotto inquadramento e gli scarsi investimenti nella ricerca (solo l’1,2% del Pil contro una media del 2% degli altri paesi europei). A ciò vanno aggiunti la mancanza di meritocrazia e la bassissima mobilità sociale e l’Italia diventa davvero poco attraente anche per gli stranieri. I vari governi hanno promosso, uno dopo l’altro, varie iniziative per incentivare il ritorno di ricercatori residenti all’estero, tipo uno stipendio particolarmente generoso e un contratto di quattro anni. Ma senza grandi risultati. «La vera sconfitta – sostiene Antonio Nicita, professore di Politica Economica alla Sapienza di Roma e dal 2014 Commissario dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – è quando non si sostiene il giovane con borse di studio, prestiti d’onore, reti di assistenza. Quando lo si lascia da solo a costruire le sue opportunità di formazione estera o non si danno a tutti le stesse possibilità. E, ovviamente, quando si è incapaci a far rientrare i cervelli che hanno acquisitoelevate specializzazioni utili al Paese». Altra problematica connessa a queste è la non sufficiente valorizzazione di chi in Italia decide di restare. Nella ricerca, nelle istituzioni e nelle imprese italiane lavora, infatti, ancora un capitale umano fatto di cervelli che non sono “fuggiti”, che sono sopravvissuti alle mille difficoltà, che riescono persino a competere, se pur con pochissime risorse mantenendo risultati medio-alti e in alcuni casi anche eccellenti. «Ma siccome non sono “in fuga” – continua Nicita – nessuno se ne preoccupa o ne valorizza il contributo. Dovremmo, invece, pensare ai cervelli e non alle fughe, valorizzare le esperienze di formazione italiane integrandole con quelle estere. Incoraggiare a far partire e a far rientrare i nostri giovani e anche i meno giovani, magari offrendo doppi percorsi, sia in Italia che all’estero».

SOS RICERCA

All’emergenza “fuga di cervelli” si aggiunge quella della ricerca nel nostro Paese. Come restare competitivi in un mondo globalizzato che richiede sempre più conoscenza e innovazione? Aumentando gli investimenti nella ricerca, creando partnership tra pubblico e privatoprivato, dando priorità alla meritocrazia e all’internazionalizzazione. Delle 287 borse assegnate nel 2013 dal Consiglio Europeo della Ricerca ai neo-dottori, soltanto 17 sono state conferite agli italiani, facendo scivolare il nostro Paese al decimo posto dietro Belgio e Spagna e molto lontano da Inghilterra, Germania e Francia. Nel tentativo di collaborare all’inversione di rotta, la Fondazione Cariplo ha stanziato, all’inizio di aprile, un fondo di due milioni di euro per incrementare l’attrattività della ricerca lombarda e della competitività di giovani ricercatori. «È un’assoluta priorità – sottolinea Giuseppe Guzzetti, presidente della Fondazione – valorizzare i nostri talenti e bloccare il costante flusso di uscita dei cervelli per non minare il futuro scientifico e culturale dell’Italia con evidenti ricadute economiche». Una goccia nel mare, certo, ma tante gocce virtuose come queste possono fare molto per il nostro Paese. Sulla stessa lunghezza d’onda anche Enrico Moretti, professore di economia alla Berkeley University della California e autore de “La nuova geografia del lavoro”, edito da Mondadori, che dice: «I cervelli italiani all’estero siano un grande patrimonio che con gli incentivi giusti tornerebbe. Ma non ci sono le condizioni». In Europa, d’altronde, è stata operata la liberalizzazione del lavoro senza operare sulle barriere linguistiche e culturali che esistono tra i paesi, pertanto i lavoratori che possono davvero circolare liberamente sono pochissimi. Manca la cultura aperta degli Stati Uniti. Lo stesso problema ha il Giappone che si basa solo su personale autoctono e, infatti, si trova in piena stagnazione economica. L’Italia è un Paese periferico, solo le piccole imprese con meno di 15 impiegati riescono a sopravvivere, ma non appena tentano di evolversi, d’innovarsi e d’ingrandirsi sono soggette a enormi costi diretti e indiretti e, quindi, a trasferirsi altrove. Questa condizione ha fatto invecchiare il panorama industriale italiano. L’Italia deve lavorare sulle ragioni strutturali che le impediscono di crescere. Italia e Germania producono macchine industriali richiestissime da Brasile, Cina e India, dove si apre una fabbrica al giorno. Ma il mercato internazionale preferisce le macchine tedesche, perché le nostre non sono abbastanza innovative. Un’ulteriore occasione d’oro perduta!

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LE MAGNIFICHE DIECI

Immaginiamo per un momento che la “fuga di cervelli” diventi il “ritorno di cervelli”, rientrati con il valore aggiunto di un’esperienza internazionale. Cosa manca a noi italiani e cosa, al ritorno, i giovani potrebbero portare con sé per migliorare il Paese? «Potrebbero innanzitutto cambiare – afferma Leopoldo Innocenti, giornalista e autore del libro “Auf Wiedersehen Italia. In fuga verso il futuro”, edito da Armando Mondadori – la nation branding, la percezione cioè che si ha del nostro Paese, perché i giovani sono molto delusi dell’Italia che non ha mantenuto le promesse fatte. Di conseguenza cercano altrove quello che non possono trovare qui: il senso civico collettivo, un’ideologia di gruppo, d’identità. Alcuni paesi vicini, seppur dotati di minor eccellenza, risultano più funzionali grazie al senso di appartenenza, a quel collante che la delusione da noi ha cancellato». Secondo un’indagine della World Value Survey, sono quattro i parametri da considerare nella scelta del Paese in cui emigrare: 1. Il Pil pro-capite del Paese di destinazione. 2. Il rapporto debito/Pil. 3. L’apertura al business. 4. L’accettazione degli immigrati. Delle prime dieci nazioni della classifica 7 su 10 non sono europee: Qatar, Australia, Svezia, Kuwait, Singapore, Stati Uniti, Olanda, Germania, Nuova Zelanda e Taiwan. Spiccano, inaspettatamente, due paesi arabi, Qatar e Kuwait, perché il loro Pil pro-capite è il più alto del mondo grazie al petrolio. L’Australia è molto appetibile per tuttii parametri considerati, come la Nuova Zelanda. Ottimo il piazzamento della Svezia grazie all’altissima accettazione degli immigrati. Singapore primeggia per la libertà economica, mentre Taiwan ha un buon rapporto debito/Pil. Gli Stati Uniti restano una delle migliori destinazioni per gli italiani e Olanda e Germania hanno un buon punteggio in tutti i parametri considerati.

FERMARE L’ESODO È POSSIBILE: L’ESEMPIO DELLA SILICON VALLEY

Tenere i piedi per terra e concentrarsi sui punti di forza italiani, questo è quanto hanno chiesto a Matteo Renzi, durante la sua visita nella Silicon Valley di qualche settimana fa, i fuggitivi 2.0 italiani. Cinquemila, tra ricercatori, ingegneri, imprenditori e designer, arrivati nella patria di Apple, Facebook, Twitter, Yahoo, Google e Ebay e che non torneranno più indietro. Sono loro ad indicare le soluzioni per incentivare i giovani ricercatori affinché non lascino l’Italia: «Bisogna contrastare le baronie universitarie e aprire gli atenei ai giovani ricercatori italiani e stranieri, smettendola di trattarli come fossero stagisti con stipendi da fame», dice Francesco La Capra, vice-presidente della Peaxy di San Jose. La California non si può replicare: è un altro pianeta, ma si possono utilizzare modelli a formula mista, dove l’Italia diventa il serbatoio della ricerca dando lavoro a ingegneri e imprenditori tecnologici senza farli spostare dall’Italia e istituire il quartier generale nella Silicon Valley con capitale americano. «Un modello che punta sul software, per esempio, costa pochissimo – conferma Fabrizio Capobianco, chief executive di Tok.tv a Palo Alto – e si può creare a casa, in un bosco, al mare. Proprio come abbiamo fatto con Funambol, che ha cento ingegneri a Pavia e il quartier generale in Silicon Valley». Per arrivare a tanto, occorre snellire la burocrazia e creare un sistema fiscale che premi le aziende che assumono nel settore tecnologico. «I giovani di talento, sia a livello imprenditoriale che accademico, cercano ambienti limpidamente meritocratici – conclude Gabriele Bodda, direttore di Baia (Business Association Italy America) – in cui sia possibile emergere senza che l’età, le origini o le parentele possano essere un intralcio o peggio una spinta».

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