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C’erano una volta la corsa all’oro così come la “febbre da cavallo” degli scommettitori. Oggi queste realtà convergono e si incontrano in un’unica parola, i bitcoin.

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Bitcoin: non chiamatela moneta

C’erano una volta la corsa all’oro così come la “febbre da cavallo” degli scommettitori. Oggi queste realtà convergono e si incontrano in un’unica parola, i bitcoin. Negli ultimi mesi i bitcoin hanno tenuto banco ovunque: sui giornali e nelle trasmissioni televisive si è fatto un gran parlare di queste “monete virtuali”, della loro volatilità, del loro successo sul mercato e del loro crollo. A quel punto sono stati in tanti, gli individui che si sono lanciati nel microcosmo degli investimenti, pensando di fare soldi facili. La realtà è che i bitcoin sono una scommessa, un vero e proprio gioco d’azzardo, e chi non ha una buona strategia rischia di restare in mutande.



Bitcoin: di cosa si tratta

Se si chiede ad un gruppo di persone cosa sono i bitcoin, la risposta che la maggior parte di esse daranno è che si tratta di una moneta virtuale. In realtà, tale definizione è abbastanza scorretta: si tratta di una criptovaluta, il cui valore è concordato da acquirente e venditore sulla base della domanda e dell’offerta. I bitcoin sono denaro ma non monete. La ragione è presto detta: una moneta è riconosciuta da uno Stato, è un oggetto materiale, di carta, metallo o plastica con impresso un simbolo e un numero. L’euro è una moneta, il bitcoin no, è piuttosto un valore convertibile in moneta.

Ma chi li ha inventati?

L’unica cosa certa dei bitcoin è l’anno di nascita, il 2009, e le regole alla sua base, conosciute come le regole di “Satoshi Nakamoto”, padre fondatore dell’intero sistema. Ma chi è Wright Satoshi Nakamoto: nessuno lo sa, si tratta di uno pseudonimo dietro il quale si nasconde di certo una mente brillante. 
Alcuni sostengono che dietro il nickname ci sia Elon Musk, conosciuto per aver lanciato sul mercato Tesla, l’auto capace di guidarsi da sola, senza intervento umano. Altri, invece, vedono in Craig Wright, 44enne australiano e evasore del Fisco, il Satoshi Nakamoto dei Bitcoin. Se Musk ha smentito, Wright ha svelato i codici dei blocchi adoperati per inviare dieci bitcoin in rete nel lontano 2009, quando i bitcoin li conoscevano solo chi li ha ideati e i fanatici della darknet.
Tra i papabili Satoshi Nakamoto troviamo anche Mark Karpelès, giovane della Borgogna, iniziato dalla madre alla creazione di programmi informatici sin dall’età di tre anni. Karpelès è indicato dalla polizia giapponese come il responsabile della sparizione di 850 mila bitcoin nel 2014 e del crollo della più grande piattaforma mondiale di scambi, l’MtGox. 

Come funzionano?

Quando si parla di criptovaluta troveremo la parola bitcoin scritta in minuscolo: lo si fa per distinguerla dal protocollo Bitcoin, che costituisce il sistema crittografico che genera nuovo valore e attribuisce la proprietà della valuta agli utenti. Questo protocollo si fonda sulla tecnologia peer-to-peer, utilizzata per trasferire denaro da un conto pubblico di un utente ad un altro portafoglio. Tutte le transazioni sono memorizzate all’interno di un registro pubblico condiviso, un database distribuito, la Blockchain o catena di blocchi, che è replicato nei computer di tutti coloro che possiedono un portafoglio: sostanzialmente si tratta dello stessa sistema utilizzato dagli utenti per scaricare file da Torrent o simili. All’interno della blockchain sono contenuti tutti i movimenti dei bitcoin: ciò evita che della valuta già spesa possa essere adoperata nuovamente dal medesimo utente. Inoltre, durante gli scambi gli utenti possono restare anonimi, pur avendo ogni bitcoin un proprietario. Sarà l’utente a decide se durante la transazione vuole rivelare la sua identità: ogni moneta, infatti, ha un address differente, composto da 34 caratteri alfanumerici.

La febbre da bitcoin e l’esplosione sul mercato dei Futures

Le transazioni in Bitcoin, nel tempo, hanno dimostrato come la criptovaluta potesse assumere un valore assolutamente variabile: chi ha acquistato un bitcoin il 13 gennaio 2017 ha dovuto versare 777 euro circa per ritrovarsi il 13 dicembre dello stesso anno a possedere una criptovaluta dal valore di 14.475 euro. Proprio queste oscillazioni hanno fatto sì che il bitcoin entrasse di diritto nel mercato dei futures, il luogo all’interno del quale si scommette sul valore futuro di ogni cosa, materiale o virtuale che sia. Lo scambio dei futures sui bitcoin è partito dalla Chicago Board Options Exchange. Sin dalla prima quotazione la criptovaluta ha sforato la soglia dei 15.600 dollari: gli scambi sono stati aperti alle 18:00 negli Stati Uniti, corrispondenti alla mezzanotte italiana. Dal 18 dicembre la criptovaluta viene immessa sulla più importante piattaforma di trading di derivati con sede a Chicago, la Cme, e nel 2018 sbarcherà anche sul mercato dei futures del Nasdaq.
La presenza dei bitcoin sul Nasdaq eleva la criptomoneta, inserendola in un mercato di serie A: chi vorrà investire potrà farlo all’interno di un mercato regolamentato.



Bitcoin fra estimatori e detrattori, chi ha ragione?

Da “moneta clandestina” operante su un mercato parallelo, il bitcoin ha raggiunto il mercato del trading per eccellenza. La crescita esponenziale della criptovaluta, si è avuta a partire dal 28 novembre ed è durata 12 ore: le notizie giunte dalla Corea hanno aumentato in un colpo solo il valore del bitcoin del 1.000%. Raggiunta e superata la soglia di 10.000€, Coinbase, il portafoglio di bitcoin più utilizzato al mondo, ha visto in un solo giorno un aumento di 300mila iscritti. Ad iscriversi al wallet non solo investitori (e speculatori) di professione, ma anche gente comune che ha visto nei bitcoin la gallina dalle uova d’oro.

È innegabile che oggi i bitcoin e i loro simili siano percepiti dagli addetti ai lavori, dagli investitori e da tutti coloro che pur non conoscendo questo mondo hanno deciso di farne parte, come i migliori strumenti speculativi, perfetti per produrre profitto senza fatica. Prima dell’escalation sui mercati di trading, però, la considerazione dei bitcoin vedeva contrapporsi due filoni di pensiero: da un lato gli estimatori della criptovaluta, pronti a elogiarne la struttura democratica e paritaria, la sicurezza e l’anonimato; dall’altro i detrattori capaci di vedere proprio in quelle caratteristiche non dei pregi ma degli strumenti perfetti per celare i traffici di droga, della criminalità organizzata e dello stesso terrorismo. 

A chi si può dare ragione? Di certo le criptovalute rappresentano, concettualmente, il futuro. L’esistenza di una moneta digitale libera dalla burocrazia e sicura rispetto alle frodi, è ciò che auspicano le stesse banche, le quali stanno mettendo a punto delle blockchain private per garantire transazioni immediate, sicure, anonime e gratuite. D’altro canto non si può negare che i bitcoin oggi sono lo strumento maggiormente adoperato dalla criminalità organizzata e dagli stessi gruppi terroristici per trasferire il denaro in maniera anonima e “pulita”.
La ragione è probabilmente nel mezzo: i bitcoin, come altre “monete” posseggono tutte le caratteristiche vantate dai loro estimatori ma non possono dirsi più usate di altre dalla criminalità organizzata. D’altronde prima delle criptovalute le mafie adoperavano le banconote da 500 euro e nei periodi precedenti quelle da 1000 marchi: non sarà stigmatizzando la criptovaluta che si fermeranno i traffici illeciti, ma regolamentandone l’esistenza.

Non esistono eppure si perdono

Se è vero che i bitcoin non sono una moneta reale, e quindi non esistono in termini materiali, è anche vero che non mancano le notizie di bitcoin andati perduti e scomparsi nel nulla. 
Vi sarà capitato di perdere dei soldi dalle tasche no? Ecco, con i bitcoin è successa la medesima cosa solo che ad essere scomparsi sono circa 40 miliardi di dollari. A esaminare la situazione è il gruppo di analisti parte di Chainanalisys, ferrato sul tema delle criptovalute, il quale ha stimato in 4 milioni di bitcoin il valore della criptovaluta smarrita. 
Come è successo? Secondo il gruppo di analisti, circa 4 milioni di bitcoin sono rimasti prigionieri di conti virtuali appartenenti a individui che per interesse, curiosità oppure per sentirsi pionieri di uno strumento del futuro hanno aperto un conto bitcoin quando sono nati e poi si sono dimenticati di possederli.

Tra i bitcoin che Chainanalisys ha considerato persi, vi sono anche quelli di Satoshi Nakamoto, al quale vengono accordati circa 1 milione di bitcoin. Ma fra i bitcoin persi vi sono anche quelli di James Howells, di Newport, grande estimatore dei bitcoin sin dalla loro comparsa sul web, nel lontano 2009. 
Acquistati 7.500 bitcoin nel 2009, Howells li aveva stipati in un wallet virtuale conservato all’interno di un hard disk. 

Il valore dei suoi bitcoin, oggi, sfora i 5,5 milioni di euro e Howells potrebbe dirsi ricco se non fosse che poco prima dell’esplosione dei bitcoin sul mercato ha deciso di gettare via l’hard disk. Dal momento in cui i bitcoin hanno registrato numeri da capogiro Howells ha trascorso (e forse ancora trascorre) ogni giorno all’interno di una discarica del Sud del Galles, dove, verosimilmente, è sepolto il suo hard disk. 
Il gestore del sito gli ha riferito che il suo hard disk potrebbe trovarsi ad un metro e mezzo di profondità: insomma, il ragazzo non ha che da trovare il suo portafoglio, sperando che nel frattempo i bitcoin resistano e non si trasformino in quella bolla pronta a esplodere di cui parlano tanto gli economisti.

Testo: Eleonora Ciminiello

Illustrazioni: Sebastian Paez

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