VIAGGI

Patagonia e Terra del Fuoco: Ai confini del Mondo

Sulle rotte dei grandi esploratori, tra panorami di ghiaccio sconfinati e paesaggi selvaggi.

 

“All’orizzonte, la terra e il cielo si confondono nella stessa mancanza di colore” (Bruce Chatwin).

Questa parte del mondo è ciò che la natura ha fatto di più bello. I tre regni: vegetale, animale e minerale hanno fatto un patto per sublimare al meglio la bellezza, senza essere troppo influenzati dal regno umano…

Calotte di ghiaccio formano il “Hielo Continental Sur”, principalmente cileno, la terza più grande massa di terra ghiacciata del mondo dopo Polo Sud e Groenlandia. Una distesa di ghiaccio enorme che soffoca le montagne, un paesaggio incomparabile testimone delle ultime glaciazioni. Questa è la Patagonia dura, austera e anche un po’ magica. Si tratta di un mondo lontano il sogno di ogni avventuriero. La vita è dura, spesso fredda e piovosa. La natura è onnipresente dall’alto della sua maestosità millenaria. La regione è conosciuta per i suoi venti. Il loro leggendario soffio non è sopravvalutato e non è raro, come pure non poter camminare per diversi giorni a causa della loro forza. C’è una sola soluzione: aspettare. Che si plachi. La Patagonia e il Cile meridionale non deludono mai su una cosa: la pioggia. Può essere implacabile, cadendo per diversi giorni o addirittura settimane. Il grande sud dell’America Latina è la congiunzione degli estremi. A sud del sud, tra il 40° e il 50° parallelo, i famosi ruggito e urla, due oceani, l’Atlantico e il Pacifico, che competono sotto l’occhio impassibile di Capo Horn, fino al Canale di Beagle, che mitiga e protegge la navigazione dalla loro furia, cosi come lo Stretto di Magellano, e innumerevoli altre lingue mare. Luoghi mitici, terre quasi vergini di insediamento umano…

 

SULLE ROTTE DEI GRANDI ESPLORATORI DEL PASSATO

Le sei del mattino. Albeggia su un mare grigio e le nuvole basse opprimono le isole dell’arcipelago. Punta Arenas è già molto lontana. Inghiottita dalla notte e dalla strana luce delle montagne innevate che la circondano. L’avventura è altrove. A Capo Horn, che oggi sembra ben disposto: mentre mancano ancora due ore al suo arrivo, il capitano della Stella Australis (www.australis.com), la nave da crociera di circa settanta metri che da Punta Arenas, in Cile, conduce ad Ushuaia, in Argentina, ci annuncia che oggi per la prima volta della stagione (che in genere va da settembre ad aprile, perché nel resto dell’anno le condizioni del mare si fanno proibitive) sarà possibile doppiare il Capo e sbarcare. Ai piedi della scogliera, il mare è quasi calmo. La nave è ancorata, ben riparata dai venti occidentali. Qui il tempo può cambiare in modo repentino, avverte l’equipaggio. Indossati i giubbotti di salvataggio arancione fluorescente, saliamo a bordo degli Zodiac per sbarcare ed infine toccare questa terra alla fine del mondo, l’ultima prima dell’Antartide. Conquistata la cima della scogliera a sinistra, emerge da terra un faro rosso e bianco, da non confondere con quello del romanzo di Giulio Verne Il faro in capo al mondo, la cui storia si trova su un’isola vicina. Un piccolo avamposto di segnalazione per le navi, l’ultimo prima del nulla. Ma il Capo ha un’altro significato per chi ne conosce la storia, una sagoma intagliata di Albatros nell’acciaio, un epitaffio ai diecimila uomini che perirono lungo la costa frastagliata del Capo Horn osando sfidare gli oceani. Fino all’apertura del canale di Panama era l’unica via navigabile per passare dall’Oceano Atlantico al Pacifico. Ancora oggi i marinai dicono che “non sei un marinaio se non hai doppiato Capo Horn”.

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